Io sono uno SCRITTORE!

Ultimamente su FB mi capita spesso di leggere annunci pubblcitari che recitano così:

“Hai scritto un libro? Pubblicalo con noi” oppure “Sei uno scrittore? Pubblica il tuo libro” ancora “Cerchiamo nuovi autori…”

Insomma è un continuo sponsorizzare piccole case editrici o altro che promettono all’ingenuo ragazzo di arrivare nell’olimpo della scrittura. Mi rendo conto, così, che ancora, si tende a un’ignoranza di fondo sulla parola “editoria”. I giovani “scrittori” puntano in alto, poi cominciano a planare pian piano nelle piccole e medie case editrici per poi decidere di affidarsi a una casa editrice a pagamento o nell’autopubblicazione.

Oggi io vorrei parlare di tutti quelli che – cominciando da FB e finendo nella caffetteria ad angolo – si presentano come SCRITTORE ma che poi non sanno neppure la differenza tra case editrice, autopubblicazione e case editrici a pagamento. Tutti quelli che confondo il correttore bozze con l’editor; tutti quelli che pensano che, dato che la fidanzata o gli amici hanno detto che scrive bene, si ritengono geni. Insomma io vogio parlare del tizio che mentre tu stai per i fatti tuoi e magari si sta chiacchierando del più o del meno, lui vi blocca, vi dice di stare zitti, con ansia cerca biro e carta perchè gli è venuta l’ispirazione!!! E credetemi di questi individui che ottengono l’ispirazione così ce ne sono tanti in giro.

Vorrei chiarire, anzitutto, che si, è un artista quindi ha bisogno dell’ispirazione, ma lo scrittore tesse una tela e per farla non c’è bisogno solo dell’ispirazione. Bastasse quella sarebbe facile. Il lavoro dello scrittore è molto complicato, non basta scrivere e dire “zitti, ho l’ispirazione”. Se hai l’ispirazione, ti metti di lato senza interrompere chi ha l’ispirazione di chiacchierare di calcio o delle ultime scarpe comprate, e ti prendi degli appunti, poi, con calma, scriverai, modificherai e amplierai le cose che ti sono venute in mente durante la tua ispirazione. Lo scrittore ha bisogno del suo rito che può essere lo svegliarsi presto la mattina, il bere caraffe di caffè, fumare un pacco intero di sigarette, avere una musica adatta di sottofondo. E il suo lavoro non finisce con la fine dell’ispirazione. La fine dell’ispirazione è l’inizio del suo lavoro. Scrive, legge, rilegge (alle volte ad alta voce), corregge, cancella, riscrive, corregge e rilegge; cerca sinonimi adatti, cerca gli errori e i refusi, trova espressioni adatte al contesto e al personaggio che sta descrivendo.

E non è finita qui. Il signor Scrittore s’informa sulle varie case editrici e le loro politiche editoriali, legge le novità letterarie per capire i gusti dei lettori, s’informa sui giovani (o meno giovani) esordienti. Se sta scrivendo un giallo, magari, legge altri gialli; nei libri che legge non gode solo della trama o della bella scrittura, osserva con attenzione le varie parti, i personaggi e la loro evoluzione, cerca di scovare cosa si nasconde dietro ogni singola espressione.

Il signor Scrittore legge tanto sia quello che sta scrivendo che, soprattutto, quello che scrivono gli altri; il signor Scrittore osserva il mondo e il suo cambiamento; il signor Scrittore, se campa della sua scrittura, non può vivere di sola ispirazione e “state tutti zitti”, perchè il lavoro dello scrivere è un lavoro nel vero senso del termine, non è un gioco e non basta scrivere sul profilo del social network scrittore  per essere tale, te lo devi fare – scusate l’espressione – grosso così!

(Sfogo di una piccolina che un giorno vorrebbe essere una piccola scrittrice!)

La prospettiva di una maschera

E con maschera intendo quella personcina simpatica e a modo che, nei teatri, accompagna i signori alle proprie poltrone!

Tanti, tanti anni fa, nel lontano 2007, ero una singol senza un vero lavoro che cercava di darsi da fare. Battevo tesi, tesine, libri e tanto altro per gente che non aveva voglia di usare il computer, facevo la baby sitter, doposcuola e, un giorno un amico di una compagnia teatrale mi chiese di fare la Maschera. Intesi, non mi pagava, lo facevo per hobby e perchè, essendo singol e legata soprattutto al mio pc e al romanzo che ancora non avevo iniziato a scrivere, non avevo nulla di bello da fare il fine settimana, tranne andare a Piazza Teatro Massimo a bere e sentire la musica del dj del momento che oggi è diventato famoso. Quindi una volta al mese circa, per due tre giorni, facevo la signorina tutta sorrisi che accompangava i vecchietti al proprio posto, cercavo di far capire che, se il loro turno era sabato sera loro non potevano presentarsi la domenica e pretendere lo stesso posto perchè, possibilmente assegnato a un altro vecchietto. Dovevo essere cordiale con i galletti e strizzare l’occhio alle moglie per non essere vissta come minaccia del loro matrimonio!!!

E una sera, dopo la fine del primo spettacolo, una vecchietta si dimenticò l’ombrello e corsi a prenderlo e pensai che molte persone, possibilmente, dimenticavano o smarrivano oggetti. Quindi, dopo aver dato l’ombrello alla proprietaria ritornai in sala per un giro tra le poltrone: ma nessun oggetto tranne monetive dorate e argentate. Così la maschera gratis oltre a farmi scroccare tre cene in un fine settimana a mese, mi procurava tante monetine, abbastanza per un’uscita con le amiche (non mi vergogno a raccontarlo poichè se trovi due euro per strada e li raccogli non ti senti in colpa, ma fortunato!).

Questo lo racconto per dire che il teatro non è solo una scena da vedere seduto su una poltrona. La maschera è ciò che succede davanti le quinte. Dietro c’è fermento, agitazione, confusione. Chi dimentica le battute, chi arriva in ritardo alle prove generali perchè c’è la partita allo stadio a due passi dal teatro (ricordo era il 2007 e il derby siciliano quell’anno è tristemente ricordato). Non si sentono i suggerimenti, il direttore di scena ti fa la testa così perchè non sei pronto, il regista si lamenta perchè è tutto uno schifo! Lì, sulla scena gli attori cercano di dare il loro meglio, se dimenticano una battuta o il fazzoletto di scena, si arrampicano sulla propria fantasia, strappano un lembo dalla tovaglietta che fanno finta di ricamare (è successo a me) per poi sventolare il fazzoletto. fanno finta di cadere dalla sedia e devono cambiare tante volte le calze smagliate; c’è il furbetto che non ha studiato bene la parte e per cammuffarlo ruba le battute al compagno improvvisando. E poi l’adrenalina, gli applausi, gli inchini.

E c’è la sala con gli spettatori che guardano, assistono, seguono, ridono e si emozionano, c’è chi lascia il telefono acceso, chi ha la faccia tosta e non solo lascia il telefono acceso, ma hai il coraggio di rispondere; c’è chi non fa altro che parlare e commentare e poi non capisce un tubo di quello che avviene sul palco; e vi sono persone che ti dicono “signorina io ho freddo!” e dopo dieci minuti viè qualcun altro che dirà “signorina, ma c’è troppo caldo”; c’è chi pur avendo il posto P 3-4-5 si accomoderà nelle poltrone S 11-12-13 perchè lì accanto ci sono gli amici.

E poi lo spettacolo finisce, ci sono gli applausi, i ringraziamenti, le porte si aprono, la gente si accalca per salutare gli attori; c’è chi uscirà vestito di scena per farsi dire bravo, bravo; c’è chi si spoglia, si toglie il trucco e ritorna a essere se stesso e, anche le maschere, chiuso il siparia, ritornano a essere loro stesse, persone comuni che assistono, partecipi, di un sogno!

Il Mondo degli Orrori

Catania è famosa anche per la sua cucina. Essere in un luogo dove si miscelano alla perfezione Montagna e Mare crea dei sapori unici e intensi.

Famosa è per la varietà di luoghi e posti tipici: vi sono ristoranti raffinati in centro, trattorie nelle viuzze più in voga, le famose “putie” dove si mangia soprattutto carne di cavallo; anche i paesi limitrofi offrono preziosi posti dove passare una serata piacevole. Il catanese sa di certo che se vi è un luogo rustico, una vecchia casa con tetti a volta ristrutturata, resa graziosa e accogliente, vi si mangerà bene! Almeno così la pensavo io sino a una settimana fa quando ci siamo scontrati con l’eccezione che conferma la regola! 

Con alcuni amici si decide di andare a mangiare una pizza ad Acicastello. Lì c’è un posto che ha un nome particolare, I Cessi: non è il vero nome della pizzeria ma è così chiamata dai clienti. Il posto è piccolo, la pizza è ottima e i prezzi sono nella norma. È sempre affollato quindi o prenoti o vai lì alle 19:30. Vi sono altre pizzerie nella zona che sembrano nate per prendere tutti i “rifiuti” dei Cessi. E siamo capitati in una di queste pizzerie, perchè alcuni di noi avevano fame e non volevano aspettare un’ora in piedi. Qualcuno decide di entrare in questo posto che ha l’aria di rustico e quindi ci ritroviamo nel Mondo degli Orrori. Notiamo subito che quei tizi avevano preso una casa vecchia, non avevano perso neanche due giorni per ristrutturarla, avevano preso tanti tavoli e sedie vecchie, ammucchiati in giro, per esempio quella che funge da cassa è un tavolaccio accanto a un tavolo per clienti con un pc dei primi anni novanta e alcuni bicchieri, lo giuro, erano della collezione degli anni ’80 della nutella. Ci offrono un liquore che a detta di alcuni era “saponetta con acqua”, ordiniamo 3 capricciose, una vegetariana, e una con tonno, più un antipasto, bruschette e patatine, tre lattine di coca e una bottiglia d’acqua. Dopo dieci minuti le bibite non erano arrivate e quindi chiediamo che fine avessero fatto, ma al loro posto arriva un cameriere con due margherite e noi scuotiamo le teste. Chiediamo nuovamente le bevande e due minuti dopo arriva un altro tizio con una birra in mano chiedendo di chi sia. Negativo. Passano altri dieci minuti, siamo assetati e preghiamo di portarci le bevande, arriva una margherita più patatine!!!

Dopo un quarto d’ora  finalmente beviamo, mentre io noto l’umidità e la rugine sotto il condizionatore, arrivano le prime pizze, poi arriva la mia, la vegetariana, tutta bruciata. Chiediamo al cameriere spiegazione, lui guarda la pizza come dire “ma è favolosa, siete voi che non capite un BIP” e va via, quindi chiediamo a un altro tizio che così si giustifica «È il radicchio» come dire «A bella: ti prendi la pizza con il radicchio? Non lo sai che il radicchio brucia tutti gli ingredienti?» e la porta via per togliere il radicchio. Mi riporta la pizza senza il radicchio e mi rendo conto che quella verdura malefica aveva bruciato mezza pizza e lasciato cruda l’altra, aveva carbonizzato le zucchine e abbrustolito tanto le melanzane! Il problema è che anche le altre pizze erano mezze bruciate e mezze crude, qualcuno mormorava «Ma sono per caso surgelate?»  mentre alcune pietanze dell’antipasto sembravano palline da tennis.

Quanto è costato tutto? Quasi 100 euro, ma sono stati così gentili da farci lo sconto e portare tutto a soli 90 euro, che, per i tempi che sono, per la qualità del servizio, per il gusto delle pietanze, e per il luogo dove eravamo, diciamo la verità: è stata o no una truffa?

Il conto è stato portato su un foglietto volante e non hanno dato neanche uno scontrino. Io lo volevo ma tutti si sono alzati e se ne sono andati senza salutare, come se volessero scappare da quel Mondo degli Orrori, senza chiedere neppure se c’era la torta della nonna: immagino che, visto tutto il resto, era il panettone avanzato da natale con su una spolverata di cacao amaro!

 

P.S.:la pizza della foto non è quella che mi hanno propinata, questa è bellissima!