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# 5 – prima parte – Bella da cinema.

Lo scampanio delle chiese aveva dato il segnale del crepuscolo che sapeva di terra bruciata. Un vocio lontano faceva intuire che molti stavano rientrando a casa per la cena.

Carlo si guardava da tutte le parti, la gola gli ardeva per paura di essere beccato da qualcuno. Ma non resisteva più: doveva parlarle, ed era un’impresa rischiosa parlare con una ragazza senza accendere in paese lo spettegolare, perché non era ammissibile che una ragazza parlasse da sola con un giovane.

Era riuscito ad architettare il modo per darle un biglietto e le aveva fissato appuntamento in una viuzza deserta dietro la chiesa dell’Olmo. Sperava solo che la giovane arrivasse e non lo lasciasse aspettare invano.

«Salve» disse una dolce voce.

Restò imbambolato a guardare quella soave apparizione. Quel minuscolo vitino, quell’ampia gonna e quei magnifici occhi azzurri con quei boccoli neri e morbidi che le incorniciavano il viso. E il fazzoletto, quel fazzoletto al collo. Com’era lontana quell’essere da tutte le ragazze di Mazzarino, sembrava un’attrice, proprio come quelle che vedeva al cinema, ma lei era reale e gli stava dinanzi sorridendogli.

«Ciao» mormorò indeciso.

«Ti ho colpito così tanto da darmi appuntamento in un luogo così triste e squallido? Se proprio volevi fare due chiacchiere potevi dirmelo e ti avrei invitato per un caffè.»

Il ragazzo era scioccato dalla disinibizione della giovane: lo stava invitando a casa? Nessuno lo faceva: una ragazza che invita un giovane per un caffè? Non lo aveva mai sentito dire, neppure al cinema, almeno tra i film che aveva visto lui.

«E… tua madre, tuo padre cosa avrebbero detto?»

La ragazza sorrise. «Io sono orfana, vivo qui a… come lo chiama quel cretino che urla per le strade? Philosophiana, che bel nome… comunque ti dicevo che vivo qui a Mazzarino da circa un anno con una mia zia e mio fratello, e se penso che sia una svergognata, non me ne preoccupo. Sono una ragazza libera e mia zia non può dirmi niente, faccio tutto quello che voglio. Sono cresciuta, per mia fortuna, con una mentalità aperta e credo che non ci sia nulla di male a dare nuove conoscenze e, soprattutto, odio nascondermi come se stessi commettendo un peccato.» concluse sottolineando sarcasticamente la parola “peccato”.

Il giovane la guardò incantato da quelle movenze e poi, cercando di apparire sicuro e non dare la figura del ragazzino bigotto e provinciale, chiese quando poteva andarla a trovare.

«Mi hai portata qui attraverso un biglietto e con un biglietto io ti sfido: qui c’è il mio indirizzo, ti aspetto stasera dopo le nove, quando mia zia sarà a letto e mio fratello impasticcato con i tranquillanti. A dopo.»

La guardò allontanarsi e restò per un poco nella quiete della sera. Quanto aprì il biglietto impallidì nel leggere l’indirizzo. Cosa poteva fare? Ormai il gioco era iniziato e se qualcuno lo avrebbe scoperto, meglio ancora.

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