Mare, mare, mare…

Quattordici anni si hanno una sola volta nella vita ed è un’età che non dimenticherai facilmente.

I miei quattordici anni furono segnati dalle stragi e dagli esami di terza media. Il mio corpo cambiava: non ero più una bambina, ma non ero ancora una donna. Mi vedevo diversa con le magliette, avevo più coscienza della mia femminilità. Ero alla ricerca disperata del principe azzurro (non so perché, ma credevo che avere un fidanzatino volesse dire tantissimo, stupidità adolescenziale…) e ogni ragazzo con gli occhi chiari o con la pettinatura alla moda, per me era l’uomo della mia vita!

Che poi come fai a incontrare l’uomo della tua vita se ancora sei all’inizio del tuo cammino nella tua vita? Boh?

Comunque era l’estate in cui cominciai a socializzare con ragazzi al di fuori della scuola (che poi io sono stata per molto tempo un’asociale questo è un altro discorso) a vedere le cose con occhi diversi.

Era la prima estate passata in paese piuttosto che nella nostra casuccia a mare e per me tutto era eccitante. Lo zinzilulare delle rondine a fine giornata, il tramonto su una via isolata, il rumore dei motorini e la musica, mia grande amica. Perché sì, mi sentivo felice ma incompleta. Sapevo che qualcosa mi stava stretto e dentro di me un vocino urlava “voglio di più” e quindi dalle pagine del mio diario e dalle mie fantasie, mentre ascoltavo la colonna sonora di quell’estate, ero alla perenne ricerca di qualcosa che fosse diversa da quel che ero o vivevo.

Tempo al tempo, ma riascoltarla in macchina con il marito, (che principe azzurro non è, ma è la persona con cui voglio trascorrere la mia vita) e pensare che siano passati vent’anni, è qualcosa di meraviglioso.

Cronaca di un romanzo #00

L’idea mi è arrivata stanotte.

Dato che mi son bloccata (vedi articolo precedente ) stanotte mi sono detta che forse se avessi scritto i miei progressi (o regressi) nel lavoro che qualcuno aspetta entro l’estate, mi sarei data una mossa. Si, magari è esaggerato, però ho ricordato che con il mio primo romanzo è stato così. Non avevo un blog, ma un diario, e ogni tanto scrivevo del lavoro svolto, le ricerche, come si evolveva la storia. Una volta, presa da un delirio paranoico, mi fissai di poter morire lasciando il lavoro incompleto, quindi ho scritto cosa credevo di volere per la conclusione del romanzo (che poi, alla fine, non è andata come avevo scritto sul diario). E poi, ho ricordato che in quelle pagine c’erano i commenti, nel senso che (sempre in delirio) invece di sentire delle voci, io mi autocriticavo, come se fossero altri tizi (alle volte antipatici, alcuni romantici, altri cinici, ma di un cinico molto insopportabile) a bacchettarmi per il mio comportamento sia al lavoro che, soprattutto, nella mia vita privata.

Certo, qualcuno leggendomi mi prenderà per pazza. Non solo sento le voci, ma scrivo al loro posto! Però vi giuro che questa fase è passata tanti anni fa.

Comunque ancora sono ferma, i giorni passano, ho tanto da fare, e in testa il grave dilemma di cosa regalare a mio marito per il suo compleanno.

Sono troppo incasinata!