Il vecchio Blog

cropped-52d43407d6880bbda1a4bf55b74440671.jpg

Un figlio o un genio?

Ultimamente ho riflettuto tantissimo sul desiderio di alcuni genitori di avere un figlio prodigio, un piccolo genio che esaudisca tutti i sogni irrealizzati. La tv credo abbia aiutato a realizzare, e spesso mandare in frantumi, tutti questi sogni. Attori, musicisti, cantanti, ballerini e non so che altro impazzano dovunque, soprattutto nel web. Ma questi bambini sono veramente geni come lo era Mozart oppure vengono spronati sin dai primi mesi di vita nell’eccellere in una disciplina?

La loro è vera passione oppure è il semplice riflesso di sogni altrui? L’amore per qualcosa dura tantissimo, per tutta la vita se è pura, ma se è imposta dagli adulti può portare infelicità.

Il punto è: conosco tantissime persone che alle elementari erano bravissime, alle medie anche, alle superiori hanno faticato e dopo l’iscrizione all’università hanno mollato tutto per lavorare. Qui non si parla di chi deve fare una scelta difficile tra l’amato studio e i problemi economici-familiari, sto parlando di tutti quei ex bimbi di cui le mamme si vantavano con le amiche davanti un caffè degli eccellenti voti, che poi, arrivati a un certo punto staccano la spina e non vogliono più saperne di studiare per diventare ciò che la mamma (o il papà) aveva sognato per loro. Credo che questo possa valere anche per tutte quelle situazioni extra scolastiche dove si sprona il figlio a fare di più, a primeggiare, a essere il migliore.

Maddie+Ziegler+Dance+Moms+Fan+Meet+Greet+Benefiting+jECrmZEEhbbl
Maddie Ziegler, dodicenne ballerina americana, famosa per aver partecipato al realy show Dance Moms, è la protagonista del video Chandelier

In televisione ho visto mamme far sculettare le proprie figlie con riccioli cotonati e unghie finte imitando le dive; papà portare i figli a tutti i provini dicendo che il piccolo diventerà un grande giocatore di calcio. Gente che spreca enormi somme di denaro per poter far diventare il bambino una grande star. Poi il bambino cresce e si ritrova a essere uno come tanti. L’adolescenza ha spazzato via tutte le doti oppure il piccolino è stanco di essere manovrato?

bambina durante una sfilata (fonte  http://www.lettera43.it/foto/little-miss-america)
bambina durante una sfilata (fonte http://www.lettera43.it/foto/little-miss-america)

Tempo fa lessi una cosa che mi sconvolse: Shirley Temple in realtà era castana, fin da poppante fu costretta dai produttori a colorarsi i capelli, la madre ogni mattina le sistemava i suoi riccioli (infatti anche quelli erano finti). Poi crescendo i suoi riccioli si scurirono, la sua voce non era più tenera, era una ragazza come tante e la sua stella si spense.

Non tutti gli enfant prodige sono grandi anche da adulti, tranne se non percorrono strade diverse da quelle del passato.

Sta a noi genitori spronarli ma lasciarli liberi di crescere, donando loro anche un  infanzia fatta di piccole cose.

Mi chiedo, un bambino che arriva al successo a dodici, dieci, otto anni, cosa potrà mai fare a vent’anni? Come superare se stessi?

Da bambini si fanno mille giochi e ognuno sogna a occhi aperti cosa farà da grande: pompieri, infermieri, dottori, cantanti, attori, fumatore incallito di sigari e pipe. Io volevo fare la cantante e la regista-attrice-produttore di film, insomma dovevo fare tutto io! Poi c’erano periodi che ti facevi prendere dall’ultimo gioco che potevano essere i mattoncini della lego, oppure la bambola che beve e fa pipì o ancora una sorpresina nelle merendine della Mulino Bianco. E una sera in una di quelle confezioni trovai questa:

$_35

 

Quella mia non so che fine abbia fatto, scomparsa nel nulla, questa l’ho trovata grazie al nostro grande amico Google. Con mio fratello ci giocammo tutta la sera, io ero una giornalista d’assalto e andavo in giro per le strade della grande metropoli (il corridoio di casa nostra) tra i vicoli (camera da letto al buio) e i bar (la nostra cameretta). Ci divertimmo tantissimo, almeno così ricordo. Ma di quella macchina da scrivere ricordo solo quel momento ludico.

Quando ero bambina vi era un’altra macchina da scrivere che mi faceva sognare, un’antica Olivetti che c’era nel soggiorno dei miei zii

olivettivintage3

Adesso sembra più antica di allora, messa in un angolo con sopra una vecchia bambola che ho dimenticato a spostare quando qualche settimana fa ho fatto le foto. Mi ha riportato alla mia infanzia, a come tante cose sono cambiate da allora, a certi odori ormai persi. Ai miei vecchi sogni.

olivettivintage4

Uno di questi era quello di possedere una vera macchina da scrivere per poter inventare storie assurde, ma non so il motivo non l’abbiamo mai comprata, forse per i miei genitori non vi era esigenza di possederne una.

olivettivintage2

Quel sogno si è realizzato! Alcuni amici (non vi racconto tutta la storia un po’ lunga) hanno trovato questa vecchia Olivetti, lettera 22, e ci hanno chiesto se fossimo interessati. Certo, immediatamente. Abbiamo cercato di pulirla delicatamente e adesso è nel soggiorno.

lettera22_olivettivintage

 

Alle volte basta avere pazienza, tanta pazienza, e i desideri si avverano

 

olivettivintage1

 

 

No Big Love

Quest’estate mi è capitato di vedere una serie televisiva americana prodotta da Tom Hanks dal titolo Big Love. Protagonista un uomo poligamo che proviene da una comunità (ma sarebbe il caso di dire setta) che crede nella poligamia come strada maestra per andare dritti dal Padre Celeste. Incuriosita soprattutto dalle mise strane di alcune delle donne (appunto quelle facente parte alla setta) molto “Signora del West” ho cominciato a seguire la serie e a pormi alcune domande.

La prima cosa che mi venne in mente fu una chiacchierata avuta tanto tempo fa con un’amica che è affascinata dai mondi orientali: una volta mi raccontò di aver conosciuto un uomo che le spiegò l’esigenza della poligamia. Per molti popoli la poligamia è un fattore più sociale che religioso. Quest’uomo le diceva che sposando più donne faceva del bene a delle ragazze. Povertà e troppe donne per pochi uomini è sinonimo di disagio femminile che si può trasformare in violenza e sfruttamento. Per queste donne è meglio dividere un uomo con altre che finire per strada.

Quindi la poligamia diventa dovere verso la cittadinanza, più donne sposate meno prostitute e donne per la strada. Ma perché si sceglie di essere poligami invece di essere monogami? E come mai alcune società e religioni lo permettono e altre invece no? Nell’ottocento negli Stati Uniti per un po’ di tempo la comunità mormone permise la poligamia, poi una disputa mise fine alla poligamia all’interno della comunità e alcuni fedeli si distaccarono continuando a unirsi in matrimoni multipli.

Nel telefilm si nota il disagio delle donne nel nascondere la verità, i disagi patiti dalla prima moglie in conflitto con la sua religione (appunto mormone), il sentimento che prova per suo marito, e il dover accettare alcune regole interne; disagio delle altre due “mogli” nel nascondere la verità, il fatto di non avere un marito ma dei figli e come giustificarsi agli occhi della società; la lotta dell’uomo poligamo che arriverà anche a scendere in politica per poi, attraverso il potere, far accettare a tutti la poligamia.

Ho immaginato anche una famiglia poligama ed ecco alcune considerazioni:

  1. L’uomo deve essere benestante o almeno possedere una grande casa, possibilmente una bifamiliare dove poter vivere con le sue mogli e la grande prole;
  2. Le donne devono avere un grosso self-control (non credo alla favola della “sorella moglie”);
  3. Ogni donna deve avere un compito ben preciso: chi si occuperà della casa, chi dei tanti bambini, chi lavorerà!
  4. È meglio che tutti abbiano gusti e abitudini simili, non oso immaginare un vegano che cena accanto a un amante della carne di cavallo;
  5. (e qui che ho le maggiori perplessità) L’uomo deve cercare di soddisfare tutte le sue mogli, facendo dei turni serali.
  6. Cercare di scegliere bene le mogli: c’è il rischio che il figlio della prima moglie si possa invaghire dell’ultima arrivata.

Credo che sia molto, ma molto complicato vivere in una relazione poligama nel mondo occidentale. La monogamia è indispensabile, non è solo una questione “romantica” o “etica”. E poi, diciamo la verità, a volte è difficile anche la convivenza col nostro compagno, vivere insieme è una sfida giornaliera, ci vuole anche l’altra moglie a rompere!

cucina, Diario, Mia Figlia, parole, pensieri

Compleanno e briciole

Nel 2009 per il compleanno del marito (allora fidanzato) qualcuno fu così buono e magnanimo da regalargli una cena per due persone in un ristorante a Catania.

Quanto abbiamo bevuto e quanto abbiamo mangiato. Pesce di ottima qualità e vino bianco. Entrarono anche dei suonatori con tanto di vestito siciliano, bummulu (la quartara), tamburi e canzoni romantiche. Uno di loro passava per i tavoli con il bummulu e raccoglieva le offerte dei commensali. Mio marito fece anche una richiesta, E vui durmiti ancora, una canzone che a noi piace molto che parla di un innamorato che durante le notti aspetta la sua amata sotto il suo balcone e brama il momento in cui lei si affaccerà.

Arrivati in macchina l’unica cosa che pensavamo era “come faremo ad arrivare a casa così brilli?”.

Oggi di queste pazzie non ne possiamo far più, abbiamo una bimba, ma ieri, giorno del compleanno di mio marito, abbiamo deciso di andare tutti e tre a mangiare pesce… meglio noi due pesce, lei cenetta a casa prima di andare.

cena e briciole

cena e briciole 2

Siamo andati nella nostra trattoria di fiducia e la piccola era felice di star fuori, salutava tutti, mandava baci e sorrideva. E poi arrivarono i suonatori, come allora, e noi eravamo divertiti della coincidenza mentre la Piccola Cubista guardava e ascoltava rapita e i suonatori erano divertiti della faccia della bimba. Prima però lo spettacolo lo aveva fatto lei: ha strappato la tovaglia di carta, si è messa a cercare tutte le briciole sul tavolo per prenderle con le sue piccole dita sino a buttarle a terra, ogni tanto chiacchierava con la signora del tavolo accanto e le faceva vedere il suo giocattolo o cercava di alzarsi per prendere le posate.

cena e briciole 3

cena e briciole 4

Diario

passeggiata domenicale

Questa mattina verso le 9:00 notando che la giornata era calda e soleggiata abbiamo deciso di portare la piccina a fare una bella passeggiata nel porto Ulisse di Catania.

Non so se accade dovunque ma qui ci sono papere e anatre:

DSC_0962

DSC_0963

DSC_0964

DSC_0965

DSC_0966

 

DSC_0968

Naturalmente tutta la mia invidia va a chi possiede le case a due passi dal mare, non sapete quanti si godevano il sole sui loro terrazzini…

 

 

Buona domenica a tutti.

 

Dubbi amletici

Allergia e bambina stanno consumando la mia linfa vitale. So che vi sto lentamente abbandonando, ma il tempo per il blog è sempre meno. La piccina cresce, vuole attenzioni, vuole giocare e non sta più tranquilla mentre sono davanti al pc. Poi ci sono le pappe, le passeggiate, una casa da gestire, gli amici, me stessa… che fatica.

Mi sa che è giunto il momento di avere internet sul telefonino, potrei essere sempre connessa col mondo, ma mi mette paura il fatto di non avere un attimo per stare lontana da quell’infernale mondo che è il web. Ho paura di diventarne schiava… insomma sono ancora indecisa.

Nel frattempo preparo il pranzo.

Buona giornata a tutti.

Pasqua vintage

Mi scuso per l’assenza ma per il periodo pasquale mi sono concessa una pausa-vacanza. Sono tornata nel mio paesino di provincia con la mia piccolina rifugiandomi nelle mura domestiche e facendomi coccolare.

Mia nipote Eleni è venuta qui a Catania per alcuni giorni e poi giovedì abbiamo preso l’autobus assieme per tornare in paese. Prima di partire stavamo andando a prendere qualcosa al panificio per il pranzo ma aprendo la porta (dopo l’impresa di riuscire a coprire a dovere la piccina) mi sono accorta che pioveva, quindi sono andata da sola lasciando mia nipote in balia di mia figlia. special_dolce_pasquaOltre a due pizzette ho preso una cuddura diversa dal solito che ha delle uova di cioccolato invece che sode.special_dolce_pasqua1 Aprendo la porta di casa ho avuto la strana sensazione di essere finita in un mondo parallelo dove mia figlia si addormenta cullata dal passeggino con il ciuccio in bocca! Infatti la nipotina, per farla stare tranquilla, ha pensato di lasciarla così come si trovava, ovvero col giubbotto, poi vedendo in giro il ciuccio che Angela usa per giocare, ha pensato bene di darglielo e mia figlia, non mi chiedete perché, ha iniziato a ciucciarlo sino ad addormentarsi!

Abbiamo pranzato e poi mio marito ci ha accompagnate alla stazione dell’autobus. Dopo un lungo e faticoso viaggio accompagnate dal Maialino canterino (regalo del fidanzatino), siamo arrivate a Riesi. Lì ci hanno accolti mia sorella e mio nipote Paolo e mentre io scendevo stanca con in braccio la piccola, Eleni carica di borse e coperte e uno studente mi aiutava a prendere la valigia, mia sorella scattava le foto per immortalare il momento più importante: la prima volta di Angela a Riesi!!!

piccolo-maialino

Mia madre per accogliere la nipotina e farla sentire a casa ha riciclato il passeggino che era di Paolo del 2005, un girello del 1995 appartenente a Eleni, un golfino di lana che indossavo io a un anno (fine anni settanta primi ottanta) e poi questo peluche, chi li ricorda i Popples?

popples

popples2

 

Mia figlia era circondata da cose vintage e credeva di stare in una casa delle bambole dato che la mattina seguente aprendo gli occhi ha cominciato a indicare tutti gli angoli della stanza a sua nonna con il suo minuscolo ditino. La mia tenerona.

Sabato ci ha raggiunte mio marito e lei appena lo ha visto ha iniziato a battere le mani e sorridere.

Adesso siamo nuovamente a Catania, i miei ci hanno accompagnati e sono ripartiti nel primo pomeriggio. La piccola si è addormentata prima della loro partenza. Chissà se si ricorderà o penserà che loro non ci sono più, chissà se li cercherà o si chiederà dove sono andati a finire.

La Cuddura

La Cuddura è un dolce tipico del sud Italia. A Catania viene chiamato pure “aceddu cu l’ova” poiché viene realizzato di solito con la forma di una colomba che porta un uovo pasquale. Le origini della Coddura sono antiche e il nome proviene dal greco kollura che significa corona. Quindi, in origine, la Coddura era un biscotto a forma di corona con attorcigliato un uovo.

dolce pasquale1

 

Per molto tempo l’aceddu cu l’ova è stato considerato il dolce tipico dei poveri perché bastano pochi ingredienti per prepararlo: farina, zucchero, acqua (o latte) lievito, uova e l’uovo sodo Viene poi decoratO con zucchero e codette. Adesso non può mancare ed è e famosa quanto la colomba pasquale!!!

dolce pasquale2

 

Quello che mi ha portato ieri mio marito ha una forma un po’ diversa: infatti è un cuore.

 

dolce pasquale4

 

Adesso sia nelle pasticcerie che nei panifici è facile trovare questo dolcetto con le varie forme, ognuno preferisce il suo. C’è chi ne fa un cesto, chi una treccia, chi il cuore o la colomba, chi semplicemente un biscotto con in centro un uovo, chi mette due uova… insomma ognuno ha il suo dolce pasquale.

A voi quale piacerebbe???

Vi rivelo un segreto: non lo avevo mai mangiato, ieri è stata la prima volta. Non essendo un dolce tipico delle mia zona lo sconoscevo sino a un decennio fa ma non avevo mai avuto l’occasione di assaggiarlo.

La primavera mi ha fatto visita…

Aprile dolce dormire… mai proverbio più azzeccato!

Mi sa che la mia strategia stia funzionando perché la mia Piccola Cubista ormai riesce a dormire più la notte che il giorno, di conseguenza anche noi dormiamo.

Con le belle giornate è bello portarla in terrazzo, respirare un po’ d’aria fresca e vedere i colori che la primavera ci regala:

Sono un’appassionata delle piante, ma non sono un vero pollice verde. Mi piace curarle ma non sto a studiare pianta per pianta, chissà magari invecchiando…

Ieri, mentre annaffiavo le nuove arrivate, ho pensato di fotografarle, immortalarle nella loro bellezza e fioritura. Qui abbiamo rose e gazanie… rosse contro la iella che non guasta mai:

E poi le calle colorate (naturalmente sempre rosse):

Sembrerà assurdo ma adesso che la piccola è più grande ho meno tempo per il blog e più tempo per le faccende domestiche, perché la signorina non mi sopporta al pc, deve starci lei, vuole le canzoncine o chiacchierare su Skype con il papà, mentre ama vedere la gente sgobbare, si mette a ridere e batte le mani. Quindi la mia casa splende e forse anche la mia pancia splenderà dato che passerò poche ore seduta davanti il monitor. Lei inizia a sperimentare, vorrebbe camminare e ogni scusa è buona per arrampicarsi, mi sa che prima dell’estate camminerà.

Sei Aprile

 

Buon compleanno samanta!

Ci sono tante cose che non mi piacciono di me: i miei occhi a mandorla per esempio. Non c’è nulla di male ad avere il taglio di occhi orientali il problema è che da piccola mi dicevano “cinesina” e io non sopportavo quell’appellativo anche perché non capivo tanto bene cosa significasse essere “cinesina”. Poi arrivarono i cinesi, c’invasero e capii che non era poi tanto brutto essere cinesine (non ho mai visto una ragazza cinese con un fisico non apprezzabile).

Altra cosa che non mi piace è l’altezza. Altro appellativo “Memole”! Non so se la ricordate, il folletto tutto colorato che a me piaceva molto, adoravo quel cartone animato. Ma essere chiamata Memole per la mia altezza non mi gustava tanto, anche perché di tipe più basse di me, e poi Memole mi fu affibbiato alle superiori, poiché da piccola ero più alta delle mie compagne, immaginate allora un’adolescente abituata a essere normale, divenire “bassa”. Poi arrivò la stagione dei tacchi e mi resi conto che le stangone non sempre li possono indossare, io sì.

I capelli. Mi hanno sempre detto di avere bei capelli, ma io non ho mai capito perché. Li trovavo anonimi. Mi resi conto tardi che se non li curi e non vai ogni tanto dal parrucchiere è normale che siano “anomali”.

L’elenco potrebbe continuare all’infinito: i piedi, il mio nome, le mani… tutte cose che poi crescendo ho accettato e adesso non mi danno fastidio.

Ma c’è sempre stata una cosa che mi è piaciuta tantissimo: SEI APRILE. Che suono bellissimo che ha questa data: SEI APRILE. Provate a pronunciarlo lentamente, non ha qualcosa di romantico e poetico? Con il cinque e il sette non funziona, e neppure con il ventitré.  Non so, pronunciate “due aprile” ha lo stesso suono di “sei aprile”? forse sarà l’assonanza con il verbo essere a renderlo speciale. Essere aprile, aprile il mese della primavera e dei fiori, il mese dedicato ad Afrodite… non so, fate voi.

Ma a me la data del mio compleanno, piace!

Alle volte speriamo e sogniamo qualcosa d’irrealizzabile. Ci crucciamo in desideri impossibili e facciamo di tutto per averli. Possibilmente otterremo quella chimera, ma il prezzo da pagare sarà alto.

E allora sogniamo e speriamo ma in maniera sana e positiva, ma ogni tanto cerchiamo di essere un po’ cinici, paradossalmente, appariremo più simpatici e veri.

 

baubaumiaomiao

Bambini…

Questa me l’ha inviata mio marito… non ho chiaro se volesse farmi un complimento oppure sottolineare l’idea del bambino un po’ confuso, ma è molto carina, non trovate???

1922382_602571659811737_1066338898_n

Un dolce segreto

dolce sanvalentino.sg

Penso che ognuno (parlo di noi blogger allo sbaraglio) abbia un blog preferito (o di riferimento). Il mio è questo qui: La Cucina Psicola(va)bile di Iaia & Maghetta Streghetta

Adoro questo blog per come è scritto, per le immagini, perché mi fa stare bene solo entrare in quel mondo e poi perché trovo sempre qualche bella idea. L’ho scoperto da poco quando cercavo la ricetta delle rame di Napoli, e ogni tanto faccio visita per vedere cosa vi sta di nuovo.

E pochi giorni fa scopro questa roba e, a primo acchito, mi son detta “come diavolo???”, poi ho realizzato e, infatti, scorrendo e leggendo la ricetta era come pensavo.

samantagiambarresi.pin

Ho provato a farlo (la ricetta originale e il post di cui vi parlo li trovate qui) non è che mi sia venuto un granché, evidentemente avrò commesso qualche errore, i miei dubbi sono:

a)    Ho usato una formina troppo piccola e il cuore si è inzuppato del cioccolato!!!

DSC_0733

b)    Ho tagliato il primo plum-cake troppo sottile e l’impasto al cacao ha preso il sopravvento.

c)    (quella più probabile) quando ieri ho iniziato a preparare il composto al cioccolato la mia piccina era sveglia e tranquilla nel passeggino, ho pensato “ora per farla stare tranquilla mentre preparo il dolce le accendo la tv”, ma lei inizia a fare storie perché (penso-credo):

1)    “Chi sono questi porci rosa e disegnati male che parlano alla tv, io voglio stare ad ascoltare la musica…”

2)    Metto un programma musicale e lei “ho cambiato idea, non voglio la musica, voglio dormire!!!”

Quindi lascio perdere il dolce e cerco di farla addormentare… e mi convingo che nel frattempo il composto si potesse asciugare quindi ho aggiunto del latte.

Comunque era ottimo.

dolce sanvalentino.sg1

Buona serata.

I sabati di un tempo

Sono strani alcuni sabati.

Mi ricordo un tempo in cui a quest’ora cominciavo a prepararmi per uscire, o meglio, cominciavo a pensarci! Stavo magari un altro po’ a leggere o davanti al pc e poi doccia, mi vestivo, mi truccavo e aspettavo le mie amiche che passavano a prendermi… molti anni prima aspettavo troppo per un fidanzato in ritardo, tempo dopo ho trovato un fidanzato troppo in anticipo.

(Mio marito è così veloce nelle cose che dice che sono lenta quando mi preparo e io, abituata ad aspettare, questa cosa non la digerisco).

Ma ritorniamo ai vecchi sabati passati in attesa della serata: la mattina magari gironzolavo per il centro, pranzo veloce e poi mi dedicavo alle mie cose che fossero lettura, chiacchiere con le coinquiline, qualche solitario al pc o un lavoro da sbrigare. Si viveva per la sera, per quei stuzzichini e quel cocktail fresco che ti attraversava la gola e arrivava al petto e si faceva avvolgere dal tepore. E le chiacchiere, quante chiacchiere. E le risate!

Eppure quelle serate non mi mancano affatto. Le ho fatte, me le sono godute, ma non mi mancano.

Le serate che mi mancano di più sono quelle in solitaria, quelle con una bella tisana e la musica in sottofondo e poi scrivere ore e ore al pc, con quel foglio bianco del Word (allora non avevo ancora un blog!!!)

E quindi, vabbè che è ancora presto, ma di là la piccola dorme nel lettone accanto al padre stanco perché la Signorina ha deciso, ultimamente, che è bello giocare dalle quattro del mattino in poi e non ci fa dormire. Ma io adesso mi faccio una bella tisana calda e sto qui, in santa pace, come una volta, e magari adesso cerco una canzone carina su You Tube, questa non so se vi possa piacere…

Un Natale speciale

Un Natale speciale quello che abbiamo passato.

Scrivo poche parole perché penso che queste immagini raccontino tutto.

La vigilia la mia piccolina l’ha passata col suo fidanzatino, che poi, come al solito, lei si è addormentata sul divano e ha ignorato tutto, lui quando l’ha vista si è limitato a guardarla con la coda degli occhi e sorridere e poi non voleva dormire e ha passato tutto il tempo a buttare a terra i suoi giocattoli.

Questa è la sorpresa di sua madre per tutti noi, la dolcezza non sta tanto nel gusto di questa splendido dolce ma nel gesto:DSC_0172

Ma il gesto più dolce e il regalo più speciale lo abbiamo ricevuto da un’altra nostra amica che ci ha regalato questo… creato con le sue mani:

DSC_0532

Mi piace immaginare quelle mani mentre creano questi preziosi oggetti, quello che pensano e l’amore che mettono. Sono le mani di una mamma che oltre ad avere due splendidi bambini, porta in grembo un’altra creatura. Ho guardato quel grembo e mi sono rivista io l’anno passato: infatti è di poche settimane come lo ero io e il piccolo (o piccola) dovrebbe nascere verso il tre agosto, mentre la data per la mia piccolina era il 5.

Cosa volevo di più per Natale? Nulla, avevo tutto. Mio marito e la mia piccola. Mi bastano.

Il mio racconto per Natale

So che sarete tutti indaffarati per gli ultimi preparativi, io lo sono tantissimo perché oltre al Natale c’è da preparare tutto per il battersimo della Piccola Cubista, ma vi voglio lasciare questo fine settimana con un racconto che ho scritto per un periodico nel Natale del 2008. Rileggerlo, non so perché, mi ha emozionato, spero vi dia qualche emozione, sarebbe bello per me donarvi un po’ di magia.

Buona lettura e buon sabato:

Il freddo era arrivato.

Come ogni anno si presentava nella maniera più strana: senza chiedere permesso! Se il giorno prima c’era ancora una temperatura mite, l’indomani tutti in cappotto. E i negozi, quei maledetti negozi con tutti quegli articoli festosi e colorati. Tutto a far vedere che presto sarebbe stato Natale. Quindi si doveva acquistare! Un albero nuovo, magari bianco come quelle vetrine ti urlavano essere all’ultima moda, con palle, palline, pallozze, pallacce, di tutte le dimensioni, di tutti i colori. E gli altri addobbi: angioletti, pastori, pastorelle, re e magi, stelle, fili colorati, luminosi, brillanti, e, la cosa più triste, babbi natali impiccati, magri, grossi, che non si capisce se si stiano intrufolando o scappando da un balcone e, a qualcuno di questi, dalla fretta di fuggire dal Natale, gli si abbassava il pantalone rosso restando in mutande!

I dolci! Che dire di tutti quei dolci che invadono i negozi, le case e gli eventi, tutti quei dolci che fanno pensare che a gennaio devi iscriverti nella migliore palestra, comprarti una divisa all’ultimo grido per rimetterti in forma.

E pacchi, pacchettini, pacchettucci, pacchettaci per le vie del centro.

Ecco cos’era il Natale. Spreco di energie e di denaro: gli addobbi, il vestito per la festa, il regalo, i dolci da comprare. Il Natale serviva solo per sperperare lo stipendio, sempre se uno stipendio vi era!

Se si fosse candidato come presidente degli Stati Uniti, o, per non essere megalomane, presidente del consiglio; no, per non essere troppo ambizioso, sindaco, lo avrebbe fatto. Avrebbe detto: «Cittadini, io vi prometto che, se salirò al potere, ve lo abolisco. Il Natale. Pensateci: niente più sperpero. Le vostre tasche saranno salvaguardate, niente dispendio, niente imbarazzo e sgomento per non poter comprare il regalo costoso ai vostri figli. La vostra salute vi ringrazierà e anche l’ambiente, poiché non ci sarà lo spreco di tutte quelle luci che non fanno che inquinare la nostra amata terra! Io farò quello che desiderate tutti nel vostro cuore! Una vita senza Natale, finalmente!» Ma nessun politico avrebbe fatto una cosa del genere. Solo un genio poteva urlare a una folla acclamante che avrebbe abolito il Natale!

Pensava a questo mentre cercava di accucciarsi nel suo cappotto che, per fortuna, aveva indossato quella mattina; ma, accidenti, aveva scordato la sciarpa. Ora il freddo si sarebbe attaccato al collo e, dal collo, penetrato nella gola e, dalla gola, avrebbe invaso tutto l’organismo e il Natale quell’anno gli avrebbe donato l’ultima influenza che vi era in commercio. Come si chiamava quell’anno l’influenza? Poco importava. Avrebbe passato il Natale sotto le coperte, invece che in casa di qualche amico a perdere a tombola o sette e mezzo o ancora a briscola. Vieni influenza, fammi questo piacere. Passiamo il Natale assieme! Nessuno si sognerebbe di fare gli auguri, di avvicinarsi e baciare un influenzato nei giorni della festa. Vieni influenza!

Stava per mettersi le mani in tasca quando se ne sentì afferrare una delicatamente. Si voltò e vide un bambino che lo guardava con aria risoluta. «Che c’è piccolo?» domandò. Il bambino lo fissò negli occhi rispondendo: «Devi aiutarmi a trovare mia madre, l’ho persa, era qui, ora non c’è più!»

L’uomo si guardò in giro: quanta gente e quante donne, nessuna disperata per aver smarrito il proprio piccolo.

«Com’è tua madre?»

«Bella e buona.» Bene! Tutte le mamme sono belle e buone quando si è piccoli, sarebbe stato meglio indagare «Che cappotto ha?»

«Bello… ma così perdiamo tempo, non te ne rendi conto? So dove cercarla, ma non posso andare in giro da solo.» e lo tirò con sé.

«Bambino dove mi porti?»

«A cercare la mamma, capisci?»

E attraversarono le strade in festa, tra la folla; il bambino lo trascinò per una viuzza secondaria e lì scorsero un vecchietto malandato, con delle scarpe rotte e la giacca logora. Il piccolo gli si avvicinò salutandolo calorosamente, evidentemente lo conosceva. «Hai visto la mamma?» il vecchietto fece di sì col capo e disse ai due che era passata poco prima indicandone la direzione.

«Dagli alcune monete, la mamma lo fa sempre.» all’inizio non volle, ma poi, per non fare la solita figura dello spilorcio, tirò fuori il portafogli griffato dando qualche spicciolo al mendicante.

Proseguirono entrando in un centro per gli anziani. «La mamma viene sempre qui!». I vecchietti risposero alla stessa maniera del mendicante: c’era già stata ma doveva proseguire il giro.

«Fatti una partita a carte con loro, la mamma lo fa sempre.» e per non fare l’antipatico si sedette facendosi battere ben due volte da quei signori.

Cercarono per le vie del mercato, per le stradine vecchie e malandate, ma della mamma del piccolo niente.

«Guarda là!» indicò con un dito il bambino. C’era una ragazza seduta su una panchina che piangeva.

«È lei?» domandò speranzoso.

«No, è una ragazza che piange. Valla a consolare, la mamma lo fa sempre.»

Accidenti a questa madre che fa sempre tutto! Ma per non fare l’insensibile si avvicinò alla ragazza per consolarla.

«Salve posso esserle d’aiuto?»

«Che vuole?» disse la giovane donna alzando gli occhi e mostrandoli rossi dalle lacrime.

«L’ho vista piangere, magari le serve qualcosa, un consiglio, non so, posso esserle d’aiuto?»

La donna si alzò e iniziò a urlare: «Siete tutti uguali! Prima parole dolci e poi ci piantate senza una spiegazione.» e gli mollò uno schiaffo andandosene.

«Alla mamma questo non era mai successo» si avvicinò il bambino «ma capita essere fraintesi, ti andrà meglio la prossima volta.» lo tirò nuovamente per un braccio continuando la ricerca.

C’era una fontanella che schizzava acqua, il bambino gliela indicò dicendogli che la madre chiudeva sempre le fontanelle, perché l’acqua è un bene prezioso e non deve essere consumata inutilmente. E anche stavolta, per non fare il cinico, quello che non gliene frega niente se un giorno i figli dei figli dei nostri figli resteranno senz’acqua, chiuse la fontanella.

Alla fine entrarono in una chiesa. Non voleva, ma il bambino insistette dicendogli che la mamma andava sempre là. Lui non andava in chiesa da anni, per il semplice motivo che non gli andava, non vi era ragione dato che non aveva una fervente fede.

Gironzolarono per la chiesa; si avvicinò il prete che fece una carezza al piccolo e guardandolo disse che la madre sarebbe stata presto là, da loro, che nel frattempo potevano fare una preghiera per chi non può godere ed essere felice in giorni di festa come quelli.

Il bambino si sedette sulla panca e cominciò a fissare l’altare. Lui gli fu accanto. Guardò il crocifisso, l’altare, scrutò angolo per angolo quella chiesa. Non c’era mai stato.

Non si sentiva più in collera col mondo intero, non si sentiva più di desiderare l’influenza natalizia, non odiava più il Natale. Non aveva paura di essere preso per tirchio, antipatico, insensibile o cinico. Perché aver dato un sorriso a quelle persone gli aveva fatto capire che lui era generoso, sapeva essere simpatico, sensibile, entusiasta. Non gli fregava poi tanto dello schiaffo perché lo meritava: quante donne aveva piantato senza dare spiegazioni.

Ora, dentro quella chiesa stava finalmente bene grazie a quel bambino.

Si voltò a guardarlo e gli domandò: «Ma tua madre, chi è?»

Il bambino lo fissò, abbozzò un sorriso e rispose: «La bontà!»

1053

La raviola al forno

Per me le batte tutte: la raviola al forno!!!

Ne ho già parlato così di sfuggita le altre volte, ma secondo il mio modesto parere, merita un post tutto per se.

Per quale motivo? Prima di tutto perché è un ottimo modo per fare colazione: una sfoglia calda e profumata di queste ti mette un’energia che puoi superare tutti gli ostacoli della giornata comprese le vecchine con tanto di borsa da spesa con le rotelle che ti ostacolano il passaggio.

C’è una variante fritta, lo sapete che ai siciliani la frittura piace: arancini, iris, crispelle… ma io la preferisco così!

Quale sarà il suo segreto? Forse la sfoglia leggera, forse quel cuore di ricotta, il profumo di cannella, oppure lo zucchero a velo che ti sporca tutti i pantaloni ed esci dal bar neanche avessi partecipato al set di uno spot di real-time.

Eccola in tutta la sua bellezza:

raviola al forno

Autunno?

Ma l’autunno qui in Sicilia arriverà mai???

Ci sono ancora le zanzare, sto ancora con la canotta in casa e si soffre per l’umidità. Questo mi preoccupa tanto perché, vorrà dire che il freddo arriverà così, senza permesso, da un giorno all’altro. Sembro una pazza, perché mi organizzo, ho già le cose pesanti fuori, ho lavato maglioni, domani esco la coperta, mio marito mi ucciderà perché lui soffre il caldo, ma se il freddo arriva da un momento all’altro e non sono pronta non è che vado, prendo le cose invernali e sistemo tutto in mezza giornata. Io per stendere i vestiti devo portarmi il passeggino dietro e ogni tanto vedere cosa fa: una mano in bocca, la bava che bagna tutta la bavetta, lei che cerca di alzarsi…

Le foglie riempiono il terrazzino, il vento si alza, ma ancora è presto, molto presto per una calda sciarpa.

345-1

 

 

Aggiornamento del 5 novembre 2013 ore 07:30 : ops!!! Questo post è stato più potente della danza della pioggia, che nuvoloni questa mattina.

Quando sparisce un blogger

Ma dove finiscono i blogger?

Vi capita mai che da un giorno all’altro qualcuno sparisca? E che fine fa?

Questions-and-Answers

Me lo chiedo spesso. Mi è capitato più volte d’incrociare un blogger, lui legge te, tu leggi lui, s’instaura un rapporto confidenziale, i commenti finiscono con “un abbraccio” o “un bacio”. Ci si saluta, si scambiano confidenze e poi, possibilmente ti distrai un po’ e dopo ti chiedi:«Faccio visita a X» cerchi il suo link, il suo blog e non c’è più! Scomparso. Senza dire nulla.

L’altra sera ho letto i miei post dell’anno scorso, nel periodo in cui sono rimasta incinta e i primi mesi di gravidanza e c’erano blogger che adesso sono scomparsi! Che fine hanno fatto?

Ogni volta ci resto di un male. Cioè, non è che non ci dorma la notte, sia ben chiaro, ma la mia mente fantasiosa vola a capire cosa diamine sia accaduto. Possibilmente si è stancato di avere un blog e da un giorno all’altro ha staccato tutto, si è sconnesso, ha distrutto il suo pc ed è volato a Macondo!!!

Però credo sarebbe carino scrivere l’ultimo post dove si spiega che lui nella piattaforma non ci sarà più, che gli dispiace, ma per motivi bla,bla, bla non lo rivedremo più, o meglio, non ci sarà più il suo blog!

Alcuni lo fanno, altri lasciano il blog abbandonato, ma ci sono quelli che spariscono. Come l’anno scorso: un blogger dice che parte, va all’estero per un viaggio e poi? Non c’è più.

E tu a pensare l’impensabile.

Perché la verità è che se anche sono contatti virtuali, si stabilisce un contatto intellettuale, e poi quel blogger un po’ manca

dormiglioni

La solitudine di una donna che abita con  due dormiglioni.

Mentre scrivo i due terzi dei componenti di questa famiglia stanno dormendo.

E che faccio? Sveglio la piccola per il biscotto delle 20:00 o il grande per la cena?

Oppure me ne sto tranquilla sapendo che questo vorrà dire svegliarsi più volte stanotte perché la piccina si è addormentata alle 16:00?

Grande dilemma.

baby-good-night-wallpaper

Sentirsi uno scrittore

Scrivere, scrivere e scrivere… e scrivere ancora.

Ora mi chiedo: che differenza c’è tra l’amare la scrittura, il sentirsi dentro scrittore e il voler apparire scrittore???

Più passo il tempo a leggere blog e post su FB più mi rendo conto di come, un’attività che dovrebbe essere in totale solitudine, diventa di dominio pubblico, e non solo, vi sta gente che si scanna neanche fossero chissà chi…

E mi vien lo schifo!

Lo giuro.

Sapete, io sino a poco dopo la laurea, quindi fino a circa nove anni fa, mi vergognavo a dire che il mio più grande sogno era quello di scrivere. Certo, chi mi conosceva mi faceva la testa così perché voleva che scrivessi per loro sms e roba varia: il problema è che io non andavo a macchinetta, perché essendo ancora una passione, ero convinta che l’arte dello scrivere fosse arte e che non dovesse essere commissionata. Niente di più errato.

Ma s’impara, e ho scoperto che, quando mi dicono che devo scrivere qualcosa per un progetto, mi esalto tanto! Forse è anche perché un conto è scrivere un sms per qualcuno, un altro è scrivere un testo per un sito internet, una pubblicità, una brochure o roba del genere!

100_5514

E poi vado su internet e ci sono persone che credono di essere Hemingway e passano il loro tempo a postare che stanno scrivendo, che si stanno mettendo all’opera, che il tizio deve stare zitto e non criticare più perché è evidente chi sia il genio tra i due…

Che palle!!!

E io ho ancora la visione romantica della scrittura, mutata, naturalmente, nell’era del tecnologico.

Un tempo era una caffetteria, un tavolo e una moleskine, oggi è un portatile, una scrivania e una tazza fumante.

Ma c’è stato un periodo in cui mi sono sentita scrittrice, oppure lo sono nei miei ricordi.

Ero single e con tanto tempo per stare al pc, scrivevo in continuazione sia un diario come pratica, sia delle recensioni per una rivista letteraria, sia il mio romanzo! Frequentavo spesso la mia casa editrice, leggevo in continuazione soprattutto per le recensioni, facevo le mie ricerche. Non andavo nelle caffetterie a scrivere, ero troppo impegnata a casa, avevo già tutto, ma avevo sempre una penna in mano!

Ecco, ora mi sono resa conto di questo: nella mia borsa non c’è più una penna, diamine!

In compenso ci potete trovare queste:

DSC_0380

Rame di Napoli a Catania

Signore e signori ecco a voi le Rame di Napoli.

Un dolce delizioso di questo periodo autunnale.

La sua storia è molto particolare perché mischia credenze, fatti e usanze di un tempo.

DSC_0359

Perché si chiamano Rame di Napoli se vengono prodotte a Catania?

Io per prima credevo fosse un tipico dolce napoletano (che ignorante), tra l’altro pensavo, vedendole così piene di cioccolato, che non mi sarebbero neanche piaciute (che stolta!!!).

Tra le varie leggende della creazione di questo dolce e del suo nome, vi è quella risalente all’unificazione del Regno di Napoli con il Regno di Sicilia: in quel periodo fu coniata una moneta contenente una lega di rame e, per ricordare questo evento, venne creato un dolce che ricordasse la moneta.

Si narra anche che il dolce viene creato con gli avanzi di altri pezzi quali cornetti e brioche, il tutto viene macinato e amalgamato con cacao e poi ricoperto di cioccolato fondente, questo forse per indicare un dolce “povero” che veniva donato ai bambini per la Commemorazione dei defunti.

Ufficialmente per poter fare delle ottime Rame di Napoli servono farina, margarina, zucchero, latte, cannella e chiodi di garofano, miele, lievito, scorza di arancia e cacao. Originariamente veniva anche farcita di marmellata di arance, ma nel corso dei secoli ha avuto delle modifiche e delle varianti: oggi vi sono in commercio quelle semplice senza marmellata, quella con la marmellata e quella con la nutella, ricoperte di cioccolato fondente o cioccolato bianco.

DSC_0358

Vi dicevo che snobbavo questo dolce poiché non vado pazza per il cioccolato, ma anni fa, quando ancora recitavo nella mia amata compagnia teatrale, un sabato d’autunno, dopo lo spettacolo, ci riunimmo come sempre a casa di una componente del gruppo per la cena di mezzanotte. Io ero conosciuta come quella che mangiava in continuazione tanto che il direttore della compagnia, scherzando, si lamentava di aver sbagliato quando mi aveva voluta nella sua compagnia, amava raccontare che, vedendomi mingherlina, pensava non gli sarei costata nulla, e invece no: «Si fa prima a comprarle un abito da sposa che invitarla a cena!». A un certo punto si prese un vassoio avvolto da una carta tipica delle pasticcerie e io non vedevo ora di scoprire quali deliziosi dolcini avrei assaporato. Ma erano Rame di Napoli e dissi a alta voce, convinta di quello che stavo affermando, che a me quel dolce non piaceva. Il direttore fu stupito nell’apprendere che c’era qualcosa che non mangiavo, ma chi aveva portato le rame replicò: «Ma le hai mai mangiate?»

«No, non credo… io non amo il cioccolato». Replicai.

«Allora assaggia queste, sono freschissime!» e addentai quel morbido biscotto.

E questa è la storia di come mi sono innamorata delle Rame di Napoli, ora vado, una rama mi aspetta!!!

DSC_0360

Le privilegiate nel mondo della maternità

Ecco, questa che è iniziata, la chiamo la stagione dei calendari. Nel periodo pre-natalizio l’ufficio si trasforma in un laboratorio dei cinesi: tutti a fare calendari e gadget per i clienti.

Anch’io metto del mio, proprio per dimostrare alle chiacchiere delle ultime settimane che di privilegiate neo mamme non ve ne stanno solamente nello spettacolo o nella politica.

Tutto ha inizio perché la Hunziker è andata a lavoro dopo pochi giorni dal parto con un vestitino ampio e comodo per non far vedere il pancino post partum, che non si sa come si partorisce dall’epoca di Adamo ed Eva ma solo con le foto della Middleton si è scoperto che dopo il parto si continua ad avere un po’ di pancia, causata dai muscoli che pian piano devono tornare al loro posto dopo aver fatto spazio a una piccola creatura.

Il discorso non è privilegiate o no, il problema è il tipo di lavoro che si fa! La Hunziker può lasciare un’oretta la figlia nel camerino con la sua tata, se allatta al seno si può munire di tiralatte e via!!!

Perché farne una piccola tragedia.

Io, causa cesareo, non sono tornata subito in forma e appena rimesso piede in ufficio l’ho fatto per cazzeggiare un po’ con la mia piccolina. Ma adesso ci stiamo organizzando in maniera tale che nostra figlia abbia tutto l’occorrente lì e io possa stare mezza giornata a lavoro.

Sono una privilegiata? Dipende da quale angolazione si interpreta il termine privilegiato.

Vi sono una moltitudine di lavori, alle volte ci si può organizzare per portare il bebè dietro, altre no. Alle volte si decide di stare un anno lontano dal lavoro per dedicarsi pienamente al piccolo, altre lo si deve lasciare alle cure di qualcuno perché non ci si può allontanare tanto dal proprio lavoro, il rischio sarebbe perderlo!

Quindi per piacere non parliamo di privilegiate, mi suona quasi squallido ed è demoralizzante per noi donne che ancora dobbiamo lottare e scegliere tra la nostra voglia di maternità e il desiderio di far meglio il nostro lavoro.

1334968099_remote-working-from-home-for-young-mothers

Ritornare al Circo

L’ultima volta che fui al circo era l’estate del 1990.

Nella zona balneare dove i miei hanno casa, da un giorno all’altro, sono arrivati carrozzoni, roulotte, animali e in un baleno abbiamo visto sorgere il leggendario tendone.

DSC_0300

Sapete, da piccola sognavo di andare a lavorare in un circo. Quando ci andavo con la scuola restavo incantata. Ad appassionarmi non erano gli animali o i giocolieri, e neppure i clown, io amavo equilibristi e acrobati. Quelle belle ragazze snodabili vestite di paillette e veli mi facevano sognare e vivevo momenti irreali, poi mi giravo e avevo accanto compagnette stupidotte che neanche mi offrivano lo zucchero filato e che dicevano idiozie e preferivo tornare al magico mondo del circo.

DSC_0332

E nel 1990 andai al circo per l’ultima volta, lo spettacolo mi divertì ma non fu magico come sempre, perché ormai mi esaltavo con altre cose, come un concerto o uno spettacolo teatrale. Presto avrei visto il circo come qualcosa da bambini e a convincermene fu l’amichetta d’infanzia che avevo proprio lì. Al circo, per far sì che molti ritornassero, dissero a fine spettacolo, di tornare per vedere nuovi e appassionanti numeri, ma si sapeva che era una bufola. Purtroppo lei pur avendo la mia età, si bevette la storiella e l’indomani voleva tornarci e pianse nel terrazzino di casa perché i genitori non volevano darle i soldi. Io cercai nuovamente di convincerla che lo spettacolo sarebbe stato uguale alla sera antecedente, ma niente, l’unica cosa che ottenni fu farmi dire per l’ennesima volta dai grandi che ero più matura di lei!

Ma io vi ho detto che l’ultima volta che andai al circo è stato nel 1990, ma è una piccola bugia.

DSC_0337

L’altro pomeriggio mi è arrivato un messaggio da parte di una nostra amica che c’invitava ad andare con loro al circo!!! Di rimando ho inviato un sms a mio marito chiedendogli se avesse voglia di andarci e lui, stranamente, dice di sì.

Mi è sembrato strano, a lui queste cose non piacciono, ma si è giustificato dicendo che era sempre un’uscita e che erano 29 anni che non andava al circo. Bene mi aveva battuta!

Entrando tutto mi è sembrato strano. Una volta mi entusiasmavo ed esaltavo, invece in quel momento ero preoccupata per la piccina che dormiva nel suo ovetto. Lo spettacolo è iniziato, c’erano belle ragazze muscolose e per niente snelle che ballavano, il presentatore ventriloquo, il clown, equilibristi, domatori tedeschi e tanti cavalli!

DSC_0304

Come sempre cercai di guardare il lavoro dietro l’apparenza. Pensavo al tizio che fa il clown che serve a intrattenere la gente tra un’esibizione e l’altra; pensai al lavoro dietro le quinte, quando uscì di scena l’ippopotamo con il suo passo lentissimo pensai a quanto tempo ci avrebbero messo per riportarlo nella sua gabbia e poi ogni tanto guardavamo la bambina che, in tutto quel frastuono, continuava a dormire.

DSC_0324

Dietro di noi c’era un bambino che rideva per tutto, anche se vedeva un animale. Quando ci fu la scena dei clown pensai per un attimo che potesse morire per soffocamento, mi girai a guardarlo e lo notai che si teneva nella spalliera della sedia dove avevamo posizionato l’ovetto della bambina e una bava lunghissima stava per c’entrare la mia piccolina: per fortuna se la risucchiò e la madre lo richiamò. Poi cominciò a starnutire sempre reggendosi sulla spalliera e lì la madre lo prese e se lo portò fuori per pulirgli il naso. Non era un bimbo piccolissimo, avrà avuto sette, otto anni, ma sembrava un cucciolo indifeso.

DSC_0321

DSC_0316

Il circo è per i bambini, non penso sia per gli adulti. Ne sono convinta più che mai, ma ci dovrò tornare quando la piccola sarà più grande per poter vedere quella luce nei suoi occhi sperando che non inizi a ridere a crepapelle.

Tenere manine

La cosa si sta facendo seria!

Mentre la mia piccolina dormiva nel suo ovetto al ristorante, sono arrivati suoceri e fidanzatino con tanto di regalo per la piccola. La suocera con un sorriso ci comunica che le intenzioni di M. sono ultra serie e che il regalo nella busta è l’ennesima dimostrazione. Apriamo ed ecco cosa ci si presenta davanti:

DSC_0356

Certo mio marito, dopo lo scherzo della cintura di castità personalizzata per il piccolo, pensava a qualcosa di strano e invece è solamente una bella tutina romantica.

Ci sediamo e ordiniamo. Si chiacchiera. Io e mio marito siamo seduti distanti ma uno di fronte l’altra, accanto a me il suocero di mia figlia con in braccio mio genero che guarda tutto con aria curiosa, sorride al padre, mi guarda con i suoi occhioni dolci e il suo tenero sorriso. È un tenerone, buono e sicuramente sarà un tipo gentile. Guarda la tavola e qualcosa lo incuriosisce: il coltello! Lo afferra e io dico immediatamente a voce alta «No, non si prende!» suo padre si rende conto che il figlio stava afferrando le posate e allontana tutto!

I piccoli sono così: ti ammaliano con il loro sorriso, con i loro dolcissimi occhi, con il loro modo buffo di muoversi e poi, te la fanno sotto gli occhi! Piccoli angeli con manine infernali!

Mia figlia???

Tranquilli, si è svegliata appena rimessi piede a casa.

Quell’affascinante-insignificante-snob-gattamorta dentro noi

Vi capita mai di sognare la persona che amate mentre vi sta tradendo?

Credo sia normale: sono le nostre paure, quelle più intime… oppure nascondono altri timori che noi non riusciamo a capire, come nel mio caso.

L’altra sera su Sky hanno dato un vecchio film: She Devil, lei il diavolo.

Il film parla di una donna, brutta e goffa, che il marito lascia per l’affascinante scrittrice Mary Fisher, al secolo Meryl Streep.

C’è una scena che mi ha fatto rivivere i due incubi che ho fatto nell’ultimo periodo: loro tre in macchina, la brutta moglie seduta dietro mentre i due chiacchierano ignorandola e poi il maritola fa scendere neanche sotto casa, ma più distante, per accompagnare di notte la bella scrittrice sino casa sua.

Penso che dentro di noi tutte dobbiamo combattere con una Maria Pescatore!!! Anche se non esiste.

Nel mio primo incubo c’era questa ragazza acqua e sapone dai capelli chiari ma non biondi e neanche potevano essere considerati castano chiaro, la tipica gatta morta, la tipa tutte moine, quella che fa la santerellina. Ma io sapevo quale fosse il suo obiettivo, voleva distruggere il mio matrimonio. Purtroppo mio marito non lo capiva, la difendeva a spada tratta e io non riuscivo a spiegargli quello che provavo, scrivevo pure una lettera che gli davo, ma quando lui capiva il contenuto la rifiutava con disgusto perché quello che pensavo era assurdo! Lei era una bravissima ragazza!

Nel secondo sogno invece vi era il tradimento: lo aspettavo fino a sera, cercavo di telefonargli ma il suo telefono era spento, chiamavo nel secondo numero (anche se nella realtà ha solo un telefono) ma non rispondeva. Poi lo vedevo arrivare, quindi decidevo di andare a letto e fingere di dormire, ma lui rientrava con un nostro amico e cominciava a parlare di lavoro ignorandomi. Poi l’amico spariva, io ero alzata e discutevo con lui che a un tratto ammetteva perché gli facevo capire di non essere pazza e che sapevo ci fosse un’altra, ma non capivo perché avesse fatto una figlia con me se poi doveva finire così. Lui non rispondeva, sorrideva come a umiliarmi. Io mi incavolavo e volevo tirargli in faccia un oggetto che tenevo in mano ma mi trattenevo e gli dicevo che quella era solo una snob e la sua risposta era che almeno con la snob lui riusciva a parlare!

Cercai di svegliarmi dall’incubo cominciandomi a lamentarmi. È stato lui a svegliarmi e poi mi ricordò che non era la prima volta che sognavo che lui mi tradisse e mormorandosi si alzò. Lui non ha tempo per certe sciocchezze.

Sì perché mio marito è uno di quelli che non cerca l’amante, diverrebbe un lavoro avere due donne e cercare di inventare bugie. Se si accorge di non amare più lascia e basta.

Lui pensa che la donna del sogno non è altro che nostra figlia, perché è l’unica donna dopo di me.

Ma dopo aver visto She Devil, mi sono resa conto che le Maria Pescatore non sono solo donne bionde e raffinate, possono avere una patina diversa, possono essere anche inanimate, possono essere anche delle situazioni. Insomma, credo che nel mio sogno, le corna non c’entrano per niente.

002042

Sono arrivati i gufetti

Continua la mia mania di fotografare tutto quello che riguarda la piccola cubista.

A proposito, non so sino a quanto durerà questo mestiere notturno, perché la piccina ormai si sveglia una volta sola tra le una e le tre per la poppata e poi ci sveglia la mattina verso le 6:30. Niente male, vedremo con l’ora solare come si comporterà!

Comunque parlavo di foto scattate alla bimba, che sono veramente tante. Cerco di immortalare tutti i momenti e i cambiamenti nel suo viso. L’altro giorno guardavo le “vecchie” foto. Il suo viso era gonfio e roseo e sembrava veramente una fragola, le ciglia erano inesistenti e gli occhi quelli di una cinesina. Adesso il viso è sfilato ma sempre restano quelle belle guanciotte, gli occhi più grandi hanno conservato il loro taglio orientale e la pelle è chiara, le ciglia pian piano diventano più folte.

L’inverno scorso, ancora non sapevo il sesso dell’esserino che era in grembo, ho chiesto a mia madre di farmi una copertina con dei gufi. Le ho spiegato che volevo qualcosa che non fosse prettamente di un colore. Mi piacciono molto il verde e il giallo e non volevo confetti azzurri o rosa!

Dopo una dura ricerca dei materiali e la creazione, ecco qui cosa ne è venuta fuori. Per me è spettacolare.

DSC_0277

Anche se ancora qui a Catania c’è caldo e la signorina riesce con grande bravura a togliere il suo lenzuolo per restare scoperta, io l’ho già messa, perché ormai so come è fatto l’autunno: senza che te ne accorgi arriva tempestoso!

E poi non vi fa un po’ Halloween???

DSC_0276

Ricordi d’infanzia

Ho un ricordo strano dell’infanzia che è venuto a galla qualche giorno fa.

Sarà che il diventare madri ti da una nuova visione delle cose, penso sempre a come crescere la bambina, per renderla felice pur essendo consapevole che la felicità eterna non esiste, e che dovrà soffrire per diventare grande.

Io all’asilo sono andata grande perché avevo un problema con il linguaggio. Da bambina, piccina piccina, non parlavo, o meglio, mi rifiutavo di parlare, perché avevo paura che i grandi mi prendessero in giro. Tutto, credo, sia accaduto perché verso i due anni avevo fame e volevo un pezzo di pane e i miei non mi capivano e per spiegarmi misi una mano in bocca scatenando le risate ilari di tutti. Penso sia una cosa innocua, ma il prendermi in giro perché non riuscivo a esprimere i miei pensieri, mi bloccò così tanto da parlare lo stretto necessario.

Mia madre era così preoccupata del fatto che non parlassi che mi portò anche dal medico che le disse che non avevo nulla di grave, che semplicemente non volevo parlare e che di solito quelle come me, appena iniziano non la smettono mai di parlare. Questo è vero solo a metà, io non amo chiacchierare tanto, se non ho nulla da dire o il discorso che si sta affrontando non m’interessa, non parlo!

Comunque le dissero anche che non portarmi all’asilo era stato un errore perché così non mi sarei mai sbloccata. Quindi arrivai in quel posto che avevo già cinque anni o poco meno, non parlavo con nessuno, mi trovavo poco a mio agio con i bimbi più piccoli perché tutte le mie cugine sono molto più grandi di me e poi il fatto di essere più alta della media (da piccola ero più alta delle mie coetanee, poi arrivata alle medie qualcosa cambiò!) m’imbarazzava. Insomma ero una disadattata.

E quale è il ricordo che è riaffiorato in questi giorni? Il pisolino pomeridiano.

Mia figlia di giorno stenta a dormire e concentra tutto la sera. Quindi forse per un gioco di associazione pensai a questi lettini verdi, bassi, e questa stanza in penombra. Ci facevano sdraiare tutti uno dopo l’altro e ci dicevano di dormire. Io non dormivo, non ero abituata più a dormire nelle ore pomeridiane, quindi mi ricordo tutta una cosa orizzontale, le maestre in orizzontale, la stanza in orizzontale, anche i disegni e i cartelloni ai muri erano orizzontali perché io ero sdraiata su un lato a cercare di dormire e non riuscirci e quindi aspettavo che finisse l’ora del pisolino e poi finalmente qualcuno sarebbe venuto a prendermi.

Che stress era l’ora del riposino pomeridiano.

P.S.: comunque, alla fine, legai con un po’ di bambini…

Lettera d’amore

L’altra notte ti ho voluta nel lettone con me.

Ti abbracciavo teneramente, facendo attenzione al tuo tenero corpicino e cercavo di sentire il tuo respiro, ogni tanto  tu cercavi e ti aggrappavi al mio seno. Avevo voglia di stringerti forte, ma non posso, ho paura di farti male.

Certe volte la vita è così crudele, ingiusta, incerta. Come può una frase cambiare il destino di una famiglia?

Pensare a quel piccolino, al suo corpo ormai freddo, al modo in cui è stato strappato dalla vita, per un gioco, un piccolo dispetto verso i più grandi e dopo poco non c’era più.

Pensare che possa accadere a chiunque, che non è vero quello che erroneamente si pensa consolandosi: «a me non potrà succedere!», che la fragilità di noi esseri umani è abnorme, che già una volta ho rischiato di perderti, mi fa sentire impotente.

Quindi vorrei solo dirti una cosa, piccola mia: se crescendo ti allontanerai, se penserai per un istante che ne io ne papà ti vogliamo bene, ricordati che ti abbiamo desiderato tantissimo, ti abbiamo aspettato con amore accarezzando quel pancione che diventava ogni giorno  più grande sentendo i tuoi calci e il tuo singhiozzo.

Non dimenticare quanto amore ti diamo ogni giorno, magari non saremo genitori perfetti, ma staremo sempre al tuo fianco.

mani

Mal di schiena da nobel

Stanca, con la schiena a pezzi nel vero senso del termine: ho un dolore nella parte toracica e questo è un problema soprattutto quando devo allattare!

La piccola ha ancora le colichette, mi hanno detto che spariranno entro un mese, nel frattempo arriveranno i dolori per i mal di denti. Ieri poi abbiamo fatto il primo vaccino e quindi ha avuto pure un po’ di mala.

Una notizia che mi ha reso felice oggi: il premio nobel per la letteratura ad Alice Munro. Sinceramente non ho mai letto uno dei suoi racconti, dovrò recuperare, ma il fatto che sia andato a una donna, scusate il cameratismo, mi riempie di gioia… a proposito, ha risposto ai messaggi che le hanno inviato?

E nel frattempo se scrivo su Google Immagini “colichette” e raffino la ricerca con “formato grandi” mi ritrovo la facciai di mia figlia!!!

1996967-old-antique-vintage-typewriter-in-writer-s-or-author-s-area-with-lamp-on-black-background

Il guardaroba…

Vi giuro non pensavo mai di farlo: fotografare i vestiti nuovi della mia piccolina, ma… non ho resistito.

Siccome la piccola aveva bisogno di nuovi vestiti perché quelli che avevamo comprato prima della nascita hanno due grossi problemi: ormai piccoli e ormai fuori stagione, sabato siamo andati a fare compere con lei che, di prassi, quando si esce per non andare in ufficio, dorme. Sì, perché lei in ufficio sta sveglia per farsi coccolare da tutti.

Per evitare la confusione del sabato pomeriggio in centro, ci siamo messi in macchina alle 14:00, siamo entrati in questo negozio dove una giovane commessa ha cercato di aiutarci mostrandomi troppe cose. Io invece avevo le idee molto chiare: dovevo prendere poche cose e funzionali, non posso permettermi di prendere una maglietta o una gonnellina che poi non si sa con cosa abbinare e poi devo pensare che cresce a vista d’occhio e che a dicembre avrà bisogno di altre cose.

Prima di tutto aveva bisogno di un altro pigiama, perché uno ce l’ha (anche se all’inizio mi ero convinta fosse una tutina!!!)

DSC_0205

Come vedete le foto non sono venute tanto bene, la luce non è stata mia amica, ma comunque sì, è rosa!!!

Poi il via a due vestitini, quello con Minnie lo ha scelto mio marito.

DSC_0206

DSC_0209

Io amo molto l’abbinamento del rosa con il grigio quindi sono stata d’accordo con la sua scelta.

E poi la minigonna. Io la cercavo di jeans ma la commessa mi ha detto che così piccole non ne fanno, pazienza. Mio marito ha accolto molto volentieri i leggins abbinati alla gonnellina e non ha resistito al giubbino blu.

DSC_0207

Questo completino, invece, l’ho comprato qualche settimana fa in un altro negozio, l’ho inserito perché ho pensato che, dato si parla del guardaroba autunnale della piccola cubista, dovevo fotografarlo pure, e poi è tanto carino…

DSC_0210

Mi chiedo: dov’è finita la tizia che aveva affermato che alla figlia non avrebbe mai comprato tante cose rosa? La risposta/giustificazione che mi do è: purtroppo è il mercato a imporre il rosa!!!

Sono convincente?

Tenerezze!

Foto di Emma Genovese
Foto di Emma Genovese

Mani delicate che ancora non sanno accarezzare, ma stringono qualsiasi cosa…

Foto di Emma Genovese
Foto di Emma Genovese

 

Tenerissima!!!

Fantasie…

Vi capita mai di fantasticare partendo da un evento che vi colpisce o da un oggetto?

Mi spiego meglio.

Capita anche a voi di vedere, magari l’immagine di una bici o il particolare di un maglione e da quello far volare la fantasia e immaginare chi pedala, o chi indossa il maglione, sentirne quasi le emozioni che si provano ad avere il vento in faccia oppure il calore che produce quell’indumento?

O ancora vedere un uomo in giro a passeggiare mentre fuma mestamente una sigaretta, o una donna, vestita bene, con le sue scarpe con tacchetto e i capelli che sembrano profumare e immaginarne la vita: cosa fanno, dove vanno, qual è il senso della vita per loro.

Vedere la luce di una finestra di una casa o di un attico e immaginare chi vive lì e come vive, le cene che organizza, o le serate in solitudine davanti la tv.

Ultimamente mi è capitato di soffermarmi sulla luce accesa di una camera di un palazzo di fronte casa mia. Svegliandoci spesso la notte, capita di uscire sul terrazzo e noto questa luce accesa, quasi perennemente. Chissà qual è il segreto dell’insonnia di quella camera: magari è una dimenticanza, oppure vi abita uno studente che ha un esame tra poco. Mi piace immaginare, però, che sia un artista, magari uno scrittore che ama scrivere durante la notte e avere molto luce, non gli basta il bagliore dello schermo del pc o una piccola lampada sulla scrivania, lui vuole luce, chiarore e nel frattempo crea. A un certo punto riesco a percepire pure l’odore del caffè verso le quattro del mattino, il caffè servirà per riflettere, come pausa dalle mille immagini che lo circondano.

No, per piacere, ditemi che non sono pazza e anche a voi capita di fare certe fantasie su una finestra e la luce accesa perennemente durante la notte.

1014399_573892805983391_126988717_n

Io e la bellezza

E mi fermo a pensare cosa sia la bellezza. La mia bellezza.

Ricordo…

Un tempo in una foto di me bambina, è natale e mio padre mi ha beccata in uno scatto mentre mi truccavo imitando le grandi.

Un tempo in una foto circondata da una delle poche nevi nel mio paese, con lo zaino in spalle, un giubbotto ingombrante, gli occhiali forse un po’ grandi per il mio viso e un ciuffo di capelli che scappava dal cappuccio.

Un tempo in cui capelli non li curavo per nulla, e sembravano nascondere il mio viso, alcuni miei compagni di classe mi dicevano che ero brutta, in famiglia invece dicevano che ero bella, mia sorella affermava che mi dovevo curare di più. Ma come fa una bimba a curarsi di più? Credevo che i capelli non dovevo pettinarli, erano lisci, a chi importava, e poi quegli occhiali, la colpa erano degli occhiali se molti mi trovavano brutta.

Un tempo in cui vestivo a modo mio, non seguendo strettamente la moda, la moda era per le ragazze stupide, io la moda me la creavo, anche Madonna lo faceva perché io no? In quel tempo andavo dalla parrucchiera solo due, tre volte l’anno, spendere soldi per accorciarmi i capelli era una cosa stupida anche perché poi sarebbero ricresciuti e li potevo accorciare da me.

Un tempo in cui ho avuto molti ragazzi che dicevano di essersi innamorati di me pur non vestendo e omologandomi alle altre, pur non prestando attenzione a cosa fare e cosa non fare per piacere e trovare un ragazzo, magari fidanzarsi e sposarsi nell’arco di cinque anni.

Un tempo in cui ero troppo impegnata con lo studio per curarmi tanto, preferivo comprare cd e libri invece che una bella magliettina o dei jeans firmati, tutte quelle griffe le ignoravo e trovavo stupido sapere chi fosse Roberto Cavalli se poi alla domanda “Chi è il presidente del Consiglio” si rispondeva “Io non mi intendo di politica, la trovo stupida e sono tutti dei ladri”.

Un tempo in cui pensai che, avendo un fidanzato, non dovevo curarmi tanto e poi dovevo cercare di trovarmi un lavoro e i soldi sembravano non servire per essere più carina, cosa ci facevo con l’essere carina, se poi vita sociale ne avevo poca e niente?

Un tempo in cui diventai indipendente come i gatti, mangiavo quando volevo e dove volevo, uscivo quando e con chi volevo, facevo quello che volevo quando volevo e, per sfida, presi un paio di jeans che non mettevo da tanto tempo, che allora mi venivano stretti e che poi non indossai più perché non mi entravano. Per abbottonarli mi distesi a pancia in su nel lettone a due piazze della nuova casa, nella mia nuova vita indipendente e mi resi conto che era inutile: i jeans mi stavano bene, anzi un po’ larghi in vita. Quindi cominciai a usare i soldi per dei bei vestiti e buttai i vecchi, quelli che non mi facevano sentire bella, iniziai a usare una piastra per capelli. Il cibo non era mio nemico, ma amico e complice di momenti particolari, ero indipendente e stavo bene nella mia nuova pelle.

Un tempo in cui ero così appagata sentimentalmente ma meno professionalmente che il cibo sembrò odiarmi e farmi ingrassare, ma continuai a usare la piastra e andai più spesso dal parrucchiere. Cercai di nascondere quei chili di più con nuovi vestiti ma non buttai i vecchi, quelli che mi avevano fatto sentire bella.

Un tempo in cui restai incinta e invece di sentirmi brutta cominciai a sentirmi veramente bella: con tutta quella pancia che cresceva ogni giorno di più, con le gambe che gonfiavano e non riuscivo a laccarmi le unghie delle dita dei piedi, anche se non sapevo se realmente avessi bisogno di una ceretta.

Oggi sono mamma e sono convinta che mi sono sentita bella perché dentro di me c’era una creatura bellissima.

Oggi sono mamma e mi sento bella e donna. Voglio andare dal parrucchiere e buttare via i vestiti di un tempo perché sono donna e mi sento di aver cambiato pelle, di non essere più una ragazzina, ma una mamma – donna di 35 anni che ha bisogno di urlare a tutti la sua nuova identità. Perché essere a conoscenza del nome del Presidente del Consiglio non significa non essere consapevoli della propria bellezza.

tumblr_m8ilcbcWs91rzl1tso1_500_large

Ritmo circadiano o non ritmo circadiano?

Un’altra settimana è cominciata. La Piccola Cubista si è addormentata da pochi minuti. Ancora niente succhiotto per lei, ancora niente “dormire per cinque ore di fila” per noi genitori, ancora, quindi, niente ritmo circadiano. Ma ci stiamo lavorando, con fatica, ma riusciamo ad avere piccoli risultati.

Drawn_wallpapers_Story_night_008135_

Stanotte si è svegliata affamata, io invece sembravo in trans e l’ho presa con gli occhi semichiusi, morivo dal sonno, proprio non ci riuscivo a stare vigile. Un tuono mi ha destata, sono riuscita a cambiare il pannolotto cercando di stare attenta alle cosciotte che impediscono con il loro movimento energico di fissare le alette, e poi, dato che lei voleva mangiare e io volevo dormire e, soprattutto, non addormentarmi mentre la tengo in braccio rischiando di farla finire a terra, l’ho distesa accanto a me e lei ha iniziato a ciucciare. Non so per quanto tempo è stata attaccata, non so se poi ha dormito o è stata lì a fissarci e ridere di noi. So che, a un tratto, non riesco a capire se fossero passati cinque minuti o un’ora, mio marito si è svegliato, l’ha trovata nel lettone, si è alzato ed è uscito fuori a fumare nel terrazzo, con tutto il temporale. Poi è tornato e ha acceso la tv. Ormai siamo così abituati a essere svegliati da lei e ad avere le notti insonni, che anche quando sta tranquilla, noi ci svegliano e stiamo almeno un’ora per poi addormentarci da un momento all’altro come bambini.

Ieri sera (o stanotte, non ricordo, giuro!) aveva un po’ di mal di pancia e abbiamo deciso di darle le gocce, prendo il flaconcino, il cucchiaio, la posiziono nel letto sopra due cuscini, apro il flaconcino, la guardo e… dormiva! Dormiva così profondamente che pian piano è scivolata e si è rannicchiata in posizione fetale sul lettone! E il mal di pancia? Era scomparso?

Questa bimba ci porterà dritti in manicomio!

Parliamo un po’ di diabete gestazionale

Ritorno a parlare di questo problema poiché ho capito che esistono molti fantasmi intorno al Diabete Gestazionale.

Vorrei descrivere la mia esperienza sottolineando comunque che è la mia esperienza, quindi non va presa come “legge”.

È un problema per le gestanti abbastanza delicato e non va preso alla leggera, l’importante, ragazze, affidarsi alle persone giuste perché, se avete davanti incompetenti oppure gente che vi da una cura come se stesse svolgendo un compitino alle scuole medie, vi ritroverete stressate a poche settimane dal parto, e questo non deve accadere: la gravidanza è una bella avventura e nessuno ha il permesso di farci seghe mentali perché in un bollettino medico è scritto così.

sugar dextrose babys crop Babys begin life on Dextrose SWScan04146 - Copy

Dopo queste premesse sottolineo che le nuove norme recitano che una donna gravida con livelli glicemici a digiuno pari o superiore a 92 è da considerare in “diabete gestazionale”. Di fatto si dovrebbe tenere sotto controllo la glicemia, cercando di capire anche cosa si è mangiato prima delle analisi. Cercare di capire le abitudini della paziente, e fare un questionario per scoprire se vi sono altri casi in famiglia di diabete e leggere attentamente l’emoglobina glicosilata. Cos’è? Me lo hanno descritta come uno storico della glicemia, più è alta più il rischio di diabete aumenta!

Ah le analisi delle urine, quelle sì che devono essere lette attentamente.

Se il vostro specialista non fa tutto questo, andate a chiedere parere a un altro professionista, per essere sicure del vostro stato di salute.

Io sono molto suscettibile, gli aghi li odio e a ogni prelievo non riesco neanche a guardare. Sapete che anche lo stress per il prelievo fa salire un po’ la glicemia?

Le mie urine sono apparse a ogni esame “perfette”, niente zuccheri, niente chetoni, niente di niente. A gennaio (primi esami) la glicemia era sotto gli 80, credo a causa della nausea per tutto ciò che era dolce e il fatto di vomitare un terzo di tutto ciò che ingerivo; pian piano è salita. Quando poi mi toccò di fare la curva da carico vivevo un periodo di forte stress dovuto al trasloco e, la sera prima, non ricordando di dover fare queste analisi, a cena presi una pizzetta perché stavamo andando al cinema, durante il film mangiai poc-corn e dopo presi un gelato allo yogurt. L’indomani la glicemia a digiuno era a 99 e anche le altre erano alte. La mia ginecologa per precauzione mi fece fare una curva tradizionale e mi disse di andare in un centro dove, aveva sentito, erano abbastanza in gamba. Rifeci la curva, la glicemia basale era scesa a 92 e poi andai in questo posto con, in parvenza, un’organizzazione perfetta: le gestanti non dovevano fare la fila per la prenotazione, davano un aggeggio che ti avvertiva con una musichetta che era il tuo turno… peccato che poi, pur essendo la quarta, restai lì un sacco di ore ad  aspettare. Ho scritto della stagista che mi ha visitata qui. Tengo a precisare che ghignò anche qualcosa sulla mia ginecologa perché mi aveva fatto fare una curva in più per accertarsi del mio stato di salute come se fosse stata una cosa inutile: io ero grassa e diabetica!

Dopo tre settimane ritornai nuovamente in questo posto, e dopo una lunga attesa in una sala senza condizionatore, a visitarmi furono altre due stagiste che dissero ero ingrassata ancora, che non andava bene perché di regola una donna incinta dovrebbe prendere 9 chili (e questo secondo me un altro mito da sfatare), che le cose non erano migliorate, che dovevo farmi l’insulina. Mi mandarono giù in infermeria per farmi spiegare tutta la prassi  e darmi gli aghi (poi sarei dovuta tornare all’Asl per la domanda e in farmacia per il kit completo). Mi dissero che la puntura dell’insulina la dovevo fare in pancia; giù l’infermiera mi fece capire che le due erano cretine perché questo tipo di insulina si fa sul muscolo, preferibilmente sulla coscia.

Per loro ero grassa, malata, la mia bambina rischiava di essere cicciona e diabetica. Ogni mattina con tutto che le mie urine erano a posto dovevo fare il test del chetone, fare la curva tre volte la settimana, l’insulina la sera prima di andare a dormire, una dieta che mi creava mal di testa e mancamenti. Ma dopo la  gaffe della puntura in pancia che avevano fatto, non mi andava più di seguire le loro indicazioni. La mia dottoressa mi aveva detto che per lei non ero diabetica ma più che altro avevo un’intolleranza agli zuccheri; parlai con il mio medico che mi disse che per lui non c’era bisogno di insulina, ma mi propose di andare da una specialista, in un altro ospedale.

Qui niente file, niente strumentini che suonano in continuazione, niente stagiste. Solo la dottoressa che, come prima cosa, mi chiese se fossi una persona apprensiva, se avessi avuto problemi di stress, mi sottolineò che il trasloco è uno dei fattori di stress più grandi nella vita di una persona, se si mette che si è incinte la cosa peggiora.

«Lei per me non ha nulla di grave!!!» Mi fece fare nuovi accertamenti proprio da lei, mi disse che potevo mangiare la pasta ma prima dovevo prendere una porzione di insalata; potevo mangiare le fette biscottate con la marmellata ma mettere un filo di burro perché abbassa la glicemia; mi disse di mangiare se avessi avuto fame; mi disse di bere tanto perché mi trovava gonfia, «Sicuramente lei soffrirà di ritenzione idrica».

images

Vedevo quella donna circa due volte a settimana, le mie braccia erano tutte distrutte dai prelievi, la mia glicemia migliorava, non presi più chili. E un giorno mi disse: «Bene signora, continui la sua gravidanza tranquillamente, se vi sono problemi ha il mio numero di telefono!»

Mi guarì senza kit, senza insulina, senza diete prescritte, senza file di ore e ore, e soprattutto, senza stagiste!

P.S.: naturalmente non ho nulla contro gli stagisti, sono contro i metodi di alcuni posti che lasciano a questi giovani certe decisioni per lavarsene le mani… e a chi, inesperto, crede di avere il sapere in mano!

Di notte con la Piccola Cubista

La mia piccola Cubista vorrebbe dormire. È esausta. Mal di pancia, cerca di farselo passare ma ha buttato tutte le gocce che servono per calmare il dolore.

Ogni tanto la guardo e mi dico: «Ma l’ho fatta io?»

È così bella per me. Alle volte mi chiedo se la gente mi dice che è bella solo per farmi contenta; il padre dice che è bella “oggettivamente”.

Siamo stati dalla ginecologa, tutto a posto, mi ha detto che la sua foto fa scalpore in studio, la stronzetta che per tenere il cordone ombelicale non è più uscita dalla mia pancia!

Ha aperto nuovamente gli occhi e torna a contorcersi, fa il broncio, sta interpretando l’ovetto come una punizione, non può capire che siamo in soggiorno in piena notte per non disturbare papà che sono notti che non dorme e di giorno ha dovuto sbrigare tantissime cose. L’altra notte l’ho fatto spaventare: quattro del mattino, la piccola dorme beatamente nel suo lettino, io sto sognando forse, forse sono in dormiveglia, lui si gira nel lettone e io lo blocco perché poteva schiacciare la piccola! Ero convinta che fosse nel lettone con noi, che stesse dormendo lì al centro. Mi ha presa per pazza, si è alzato ed è andato in terrazzo. Non è più riuscito a prendere sonno.

Che giornate intense… e che intense notti.

Può un batuffolo cambiarti così la vita?

Questa foto ritrae lei mentre intrattiene gli zii… Buona giornata a tutti (o buona notte?)

Angela e Taz 1

Il callo dello scrittore

Da piccola un po’ me ne vergognavo, anche perché non sapevo avesse un nome specifico, e che nome!!! Stavo ore e ore a scrivere e scarabocchiare e poi non tenevo la penna come la maggior parte delle persone, io la penna l’appoggio sull’anulare e non sul medio. Non so perché, oppure lo so. Io dovevo essere mancina! Da piccolissima usavo la sinistra più della destra, ma l’animo buono e il voler compiacere gli adulti per sentirmi dire di essere più brava di mia sorella (che poi tutto questo bisogno di essere più brava di un’adolescente dove stava non lo so spiegare) mi spingevano a seguire i suggerimenti e i consigli dei “grandi”. Quindi quando prendevo la forchetta o il cucchiaio e, in seguito, la penna con la sinistra, mia madre “correggeva” l’errore dicendomi di usare la destra.

Ora direte: «Come fai a ricordarti queste cose?»

È vero non le ricordo vividamente. Mia madre mi ha detto che stava attenta a questa cosa anche perché, non ricordando nessuno in famiglia mancino, pensava fosse giusto correggere ciò che per lei era un errore. Ma qui sta il bello: tanti anni fa il mancinismo si corregeva, quindi non si hanno certezze sui nostri “antenati”!

So di avere un animo mancino perché quando scrivo con la tastiera uso più la sinistra che la destra! Poi non riesco ad aprire le porte con la chiave usando la mano destra e ho avuto problemi anche quando ho imparato a guidare; apro anche le bottiglie con la sinistra; però mi trucco e mi pettino usando di più la destra, forse perché, per questioni di luce e spazio ho utilizzato la parte destra dello specchio del mio bagno.

Comunque ritorniamo al mio dito e al fatto che, come stavo a scrivere, credo di appoggiare la penna sull’anulare perché ero mancina ma mi sono ritrovata con la penna a destra.

DSC_0150

DSC_0151

E prima dell’era del pc (nel senso prima che io possedessi un pc tutto mio) il mio dito era orribile. Adesso dalla foto il callo neanche si nota, è quasi invisibile, ma sino a qualche anno fa era sempre gonfio e dolorante e l’unghia si spezzava in continuazione. Mi ero convinta di avere delle mani orribili (oltre a avere i piedi orripilanti perché l’indice del piede sinistro è un po’ più lungo del pollice!!!).

Poi qualcuno, mentre frequentavo l’università, mi guardò le mani e vedendo il mio anulare disse: «Hai il callo dello scrittore, interessante!»

E lì il mio dito diventò importante!

Anche il mio indice del piede sinistro ebbe la sua rivincita: qualcuno mi disse che era sinonimo di bellezza, ma non diventò per me importante ma da allora cominciai ad accettare che “diversità” non vuol dire bruttezza!

Diario, Mia Figlia, parole, pensieri, web

Quando FB crea fantasmi!

L’ho combinata grossa. Era tanto che la parte pericolosa e imbranata della sottoscritta non usciva fuori. Poi con la gravidanza non è che le possibilità di creare scompigli o piccoli e grossi “guai” era all’ordine del giorno; figuracce? In questo periodo poco e niente. Ma mi sono rifatta, eccome che mi sono rifatta, alla grande!

Eppure lo so da anni ormai, è una regola semplice della sociologia della comunicazione: vi sta un attore A che invia un Messaggio all’attore B attraverso un canale; se, durante l’invio c’è una nota di disturbo, il messaggio non viene recepito bene. Quindi voci troppo basse o alte, rumori esterni, linguaggi differenti possono ostacolare il successo della comprensione del messaggio e i due attori non si comprendono.

Questa in sintesi la legge primaria della comunicazione: un messaggio chiaro al ricevente attraverso un canale che non impedisca ma facilita la riuscita della comunicazione.

E se il canale in questione è Facebook?

Credo che in questi casi i problemi di una corretta comunicazione siano maggiori. Ognuno scrive quello che vuole quando e come vuole, e non tutti possono capire ciò che si sta leggendo e poi, FB come tutto ciò che concerne il web, richiede una lettura veloce e poco attenta e così molte cose vengono travisate.

E poi io con Fb non è che abbia avuto mai un gran rapporto. Io su FB non dovrei scrivere, perché mi lascio prendere dal patos del momento e dimentico che la gente non può capire per il semplice motivo che non ha uno storico su cui basarsi, quindi prende per buono quello che legge.

Nel 2009 (FB era entrato da poco nelle nostre vite) molti mi accusarono di non averli invitati ne avvertiti del matrimonio lampo. Mi ero iscritta sul social da poco, così anche altri e bazzicavamo cercando di capirci qualcosa. C’era una coppia, nostri amici che, ogni volta litigavano (in media una volta ogni 15 giorni) lei cambiava lo stato su FB da “fidanzata” a “single”. Una mattina, per scherzo, il mio futuro marito mi disse: «Ora lo faccio pure io, metto single… se lo metto tu ti arrabbi?» e io risposi di no, perché tanto, nel momento in cui avrebbe modificato il suo stato, automaticamente anche il mio sarebbe cambiato. E lui che fa? Mette “sposato”! Immaginatevi cosa è accaduto. Adesso non succederebbe nulla: c’è gente che è sposata con i suoi animali, chi è vedova pur non avendo mai avuto un marito, chi ha trenta fratelli e quarantacinque sorelle!

Mesi fa mi capitò una cosa singolare: le mie pillole di acido folico scomparvero da dove stavano di solito. C’erano sino a mezzogiorno, nel pomeriggio non vi era più traccia. Ora io so cosa è realmente accaduto, e per farlo capire a chi di dovere, scrissi una frasetta su FB dove commentavo che un fantasma a casa mia era ghiotto di acido folico e me lo aveva fatto sparire. Nessuno pensò che parlassi di un piccolo e stupido furto, tutti cominciarono a farmi gli auguri e qualcuno si complimentò per la maniera originale di annunciare la gravidanza.

Con tali precedenti io dovrei stare attenta a scrivere sul social e invece…

La settimana scorsa è venuto a mancare mio suocero dopo una lunga malattia. Era un uomo originale, una persona fantastica. Non era il tipo da mille smancerie, il suo affetto me lo dimostrava portandomi un mazzetto di prezzemolo oppure ordinandomi di vestirmi di chiaro perché convinto che, con il caldo i colori scuri potessero dare fastidio alla nipotina che stava in pancia. È riuscito a vederla; l’ultima volta (ormai logorato dalle medicine) la guardò mentre la piccola dormiva e le disse: «Io ti voglio tanto bene, ma adesso vorrei fumare» e poi ordinò a mia cognata di portarla a fare un giro in macchina tempo di fumarsi una sigaretta.

Sabato 31 oltre a essere il mesiversario della piccola è stato il giorno del funerale.

Molti su FB anche solo amici, hanno voluto scrivere una frase per mio suocero, a dimostrazione di quanto affetto e stima suscitasse nelle persone, e io non volevo essere di meno e pensai a cosa scrivere mentre cercavo di far fare il ruttino a mia figlia. Quindi, in cinque minuti di “pausa”, mi collegai al mio account e, dopo aver letto le notifiche, cominciai a scrivere il mio pensiero: «Oggi la mia cucciola compie il suo primo mese di vita; purtroppo non è stato un bel giorno perché abbiamo dovuto dire “ciao” per l’ultima volta a una persona speciale, che riusciva a dire tanto con i suoi silenzi, e a regalarci il buon umore con le sue storie e le sue trovate. Si faceva amare da tutti per il suo semplice e particolare modo di fare. Un grande. Mi mancherai Papà!»

Se fosse stato un post di WordPress non sarebbe successo nulla di grave perché la cosa santa del blog è avere le “bozze”, quindi, prima di inviare, ci puoi pensare un tantino, invece, presa dalla fretta di andare dalle melanzane da arrostire, premetti “invio”. Non avevo fatto caso al “papà” inteso come suocero e non come padre che ti ha generata, allevata, mantenuta!!! Non potevo mica scrivere “mi mancherai Suocero”, dovevo scrivere “papà Michele”. E poi io, in quel momento, mi sentivo tranquilla perché, sinceramente, per tutto il rispetto di mio suocero, avrei scritto ben altro per mio padre, ci sarebbe stata una parola più profonda, un “ti amo”! è il minimo che deve pretendere un padre dai propri figli.

Non ci pensai, inviai e chiusi tutto.

L’indomani mattina però qualcosa mi frullava in testa ma non ebbi il tempo per connettermi a Fb. Nel pomeriggio trovai tutte quelle notifiche, visualizzazioni e commenti. C’era gente che riconosceva perfettamente nella mia descrizione mio padre (da sottolineare che i due sono molto diversi di carattere e poi mio padre, se inizia a parlare, non la smette più!), chi si preoccupava e chi, leggendo il mio stato, come prima azione si era infuriata con i miei parenti per non aver detto nulla!!!

Si era scatenato un uragano nel mio piccolo paese. E, soprattutto, si sono scatenati i telefonini dei miei genitori che si trovavano, beatamente, a mare!!!

«Come sta?» «Tutto a posto???», «Ma non c’è nulla che mi dovete dire???»

Il caos!!! Riesi piangeva un uomo che si trovava tranquillamente a mare, ignaro del potere del Web!!!

monkey-typewriter-vintage-540x334

Io, sicuramente, sono passata per cretina e qualcuno avrà detto ironicamente: «Come, la scrittrice, non sa neanche scrivere bene!!!!»

Ma va’ che vi ho reso una domenica calda e noiosa piena di telefonate e chiacchiere!!!

Naturalmente mia madre, di animo caldo come il ferragosto, si sarà incazzata, ma non mi ha detto nulla di grave, sapendo il periodo delicato che stiamo vivendo.

Ma si rifarà, gente, non vi preoccupate, si rifarà!!!

Diario, Mia Figlia, parole, pensieri

Nuovi Angoli

Un nuovo arrivato a casa ha necessità di occupare degli spazi che, da quel momento in avanti, diventeranno di sua proprietà, anche se, il nuovo arrivato è un batuffolo rosa di circa 53 cm.

Ecco quindi che angoli, pareti e stanze si rivoluzionano e prendono nuovi colori.

La stanza che ha avuto più cambiamenti è la camera da letto: non so perché una volta le camere matrimoniali erano ampie, vi stava un grande armadio, un comò con specchiera, un baule e delle poltrone, le poltrone in camera che figata! Adesso le camere sono piccole e funzionali: via poltrone, non vi è spazio, il comò è andato dal dietologo ed è diventato una cassettiera, il baule è stato sostituito dal letto con contenitore e quindi non abbiamo bisogno di camere grandi ma piccole, alla Ikea! Ma se arriva il pargolo? Be’ noi abbiamo risolto spostando la cassettiera in un’altra camera per mettere il lettino, anche se per adesso è troppo piccola per dormirci e sta ancora nel baby pullman.

Ecco qui lo spazio per la piccola nella nostra camera:

DSC_0090

e naturalmente ci sono i suoi amici (anche se per adesso li snobba, tranne la tartaruga ma più per altro per la musichetta non per lei!)

DSC_0093

DSC_0094

DSC_0095

e Minnie è un regalo degli zii; lo hanno portato il giorno dopo la nascita della piccola, è enorme anche se il cuore ormai si è sgonfiato. Quando siamo tornati a casa l’ho dovuto tenere davanti e non riuscivo a vedere nulla per non parlare del caldo che produceva!

DSC_0091

Ma la camera preferita di mia figlia è il soggiorno, forse perché è qui che trascorre tutto il tempo nella sua tana che durante il giorno sistemo accanto al computer per poterla avere sempre sotto controllo.

DSC_0096

Vogliamo parlare delle parete che sono già tappezzate di sue foto?

DSC_0097

DSC_0098

E poi così, tanto per, anche gli elefanti hanno qualcosa di suo, dato che portano fiocchi rosa!

DSC_0099

E questa, infine è la borsa tutto fare che portiamo in giro con noi, all’interno c’è di tutto: pannolini, borotalco, olio profumato, vitamine in gocce, pettine e spazzola, fazzolettini, bavaglini… manca il ciuccio perché è un grande nemico di mia figlia!

DSC_0101

Ah! Non dimentichiamo delle povere paperelle. Il papà a ogni bagnetto le mette nella vasca ma lei, indifferente con tutto, poteva essere meno snob con le paperelle???

DSC_0102

Pensieri mattutini

Diventare genitore ti fa riflettere su cose a cui prima non prestavi tanta attenzione come, per esempio, al tempo, non il tempo che passa e poi ti ritrovi vecchio, ma come ottimizzarlo per esserci al 100% per il tuo cucciolo. Suddividere i compiti e, ahimè, sacrificare una cosa oggi per poter fare qualcosa per il tuo piccolo. Altro problema sono i posti che frequenti: ti ritrovi a pensare così, d’istinto, se in quel locale dove vuoi andare vi sia un bagno adatto per poter cambiare tua figlia. E questo per me è un gioco da ragazzi: non c’è un luogo dove la sottoscritta ha messo piede in questi anni di cui non ha visitato il bagno, quindi a priori so dove andare con la mia bimba e dove no!

Poi, invece di pensare ai tuoi vestiti, a cosa ti serve per la prossima stagione, pensi prima alle scarpette che la cucciola non ha, pensi ai vestitini, ai pannolini, a trovare gli sconti per i vari prodotti. Mamma mia quanti soldi ci vogliono per far fronte ai bisogni di un bebè, che poi, diciamo la verità, la maggior parte sono bisogni del nostro ego: a mia figlia non frega assolutamente se esce vestita di rosso fragola, o verde mela, non le frega se ha la copertina con le casette e il camino o quella con le paperelle. A lei frega altro. Inizialmente solo ciucciare e dormire, adesso anche ascoltare musica e essere coccolata. Preferirebbe stare solo con il pannolino, e forse neanche di quello avrebbe bisogno. I bambini hanno bisogno solo di pochissime cose e riescono poi a sorprenderti con un grosso sorriso (privo di denti per adesso, ma ugualmente affascinante). Forse è questa la purezza dei piccoli?

E poi be’, come sempre, faccio pensieri particolari, anche con la piccola in braccio, come quando si sveglia intorno alle 5:30 (in realtà è la prassi) e poi mio marito si ritira sul terrazzo della nostra camera per fumare una sigaretta e io, per far star buona la Piccola Cubista, le metto una copertina addosso e usciamo anche noi a vedere l’inizio del giorno, mio marito spegne la sigaretta e alzandosi dice: «Ho capito, anche stamattina la colazione la preparo io» e ci lascia sole. Lei si guarda intorno, non so cosa vede di preciso una bimba di 24 giorni, non so se riesce a godere della luce del nuovo giorno, ma io noto le cime degli alberi, e immagino il mare che si potrebbe ammirare se non vi fosse quel complesso residenziale davanti, vedo da una piccola collina uno spicchio rosso: è il sole che sta per alzarsi in cielo, una nuova giornata e la mia bimba in braccio e di là l’odore della colazione preparata da uno dei migliori mariti al mondo.

Ecco cosa penso, che sono tremendamente fortunata!

1013467_507549832646911_123640605_n

Il primo caffé

Il mio angelo dorme profondamente. Come la maggior parte dei neonati confonde il giorno con la notte, ma oggi penso abbiamo fatto un grosso passo avanti, dato che il mal di pancia lo ha avuto di mattina e adesso dorme come se fosse notte!

Il pediatra ci ha consigliato di svegliarla ogni tre ore per darle la poppata, lo abbiamo fatto ieri sera ma è stato uno strazio per noi perché lei non si sveglia tanto facilmente; pensate che ieri mattina, dopo la poppata delle 06:00, l’ho sistemata e vestita proprio per evitare di svegliarla prima di andare dal dottore. Lei dopo mezzora si è addormentata, alle 9:00 l’ho presa e messa nell’ovetto, siamo andati dal pediatra, abbiamo aspettato il nostro turno, lui l’ha visitata, misurata, ascoltato il suo battito, messa in piedi, girata, rigirata e pesata, e lei ha continuato a dormire. Siamo usciti dal pediatra e siamo andati da mio suocero, siamo rimasti lì un bel po’, poi siamo tornati in macchina, siamo andati in farmacia, perché mi è venuto uno strano sfogo su pancia e gambe e mi sono fatta prescrivere dal nostro pediatra una crema e delle gocce (sì la bimba sta bene e quella che si fa prescrivere ricette sono io!!!), poi siamo andati al supermercato, abbiamo fatto una spesa abbondante e finalmente, alle 11:00, arrivati alla cassa, si è svegliata!

La vita con la piccola è rivoluzionata, vedo mio marito attivissimo in casa, sta imparando anche a cucinare e si cimenta in ricette e vari lavori domestici. Io mi sono ripresa ormai del tutto, ancora porto una fascia sul ventre ma non la indosso sempre perché, come vi ho scritto sopra, ho avuto uno strano sfogo sulla pelle. Ancora non abbiamo capito a cosa sia dovuto, la teoria più accreditata è una reazione allo stress del parto. La ferita non mi fa più male ma cerco di non sforzarmi tanto e di riposare, sono passati solo venti giorni dalla nascita della piccola. Non usciamo tanto, ferie a casa in tutti i sensi, l’unica vera uscita, sino a ora, è stata quella di ferragosto, una serata a casa di nostri amici.

Fare la mamma è una cosa nuova però è vero, ti viene naturale. Il seno mi fa male, tra l’altro la signorina si è fissata che non si aggrappa normalmente al seno ma se lo tira a se come se succhiasse un’ostrica!!! Quindi mi fa un male cane, spero sia un periodo, sino a quando non capirà come fare; alcuni giorni fa si era fissata che doveva leccare il capezzolo e aspettava le gocce che scendevano giù, adesso ha capito che se non si dà da fare non mangia come si deve perché o si fa una doccia di latte o resta a leccare per ore.

E poco fa mi sono preparata il primo caffè! Sì, è vero che ne ho bevuto un po’ in questo periodo, ma più che altro (dopo i primi tre mesi che proprio non sopportavo l’odore) sono riuscita a prenderlo la mattina come cappuccino o caffelatte. Quindi non ho mai più preso una tazza di vero caffè. In realtà anche questa volta c’è il trucco, perché l’ho allungato con del latte di mandorla, ma una cosa è macchiare il latte con il caffè, un’altra è macchiare il caffè con il latte, e poi io il caffè l’ho preferito sempre (o quasi) macchiato, perché lo prendo senza zucchero.

Ora mi viene un dubbio: cavolo, se ho preso il caffè e tra poco mia figlia si sveglia e vuole poppare, resterà sveglia per tante e tante ore???

Vuol dire un’altra notte in bianco???

DSC_0075

 

Cronaca di un parto travagliato – parte II

Seconda parte della storia del mio parto, per chi si fosse perso la prima parte, potete leggerla qui!

Resisto, gola e labbra secche, sofferenze al basso ventre, aghi dovunque, mi dicono di iniziare a spingere ogni volta che sento la contrazione. Controllo il monitor in continuazione, sono passate le 18:00 e, a un tratto, vedo il battito cardiaco della bambina scendere al di sotto dei 100. Panico! Chiamo la dottoressa, lei corre, sistema l’apparecchio, il battito ritorna, si era solamente spostata. Mi controlla, la dilatazione è ferma a sette, ma la cosa che preoccupa è che la piccola non è scesa, la mia bambina non voleva uscire fuori. Cerco di calmarmi, cerco di spingere, cerco di seguire le istruzioni dei medici e poi, verso le 18:45 il monitor ritorna a dare battiti cardiaci sempre più bassi, scende sotto i 100 e poi sui 50. La ginecologa cerca di sistemare l’apparecchio, ma questa volta non accade nulla, quindi prende il telefono e ordina di preparare la sala, vi era un cesareo d’urgenza. Io inizio a piangere, ho paura per la mia bambina, mi dicono di calmarmi, che tutto andrà bene, mi fanno sedere su una sedia a rotelle e l’ostetrica mi porta verso la sala dove prima avevo fatto l’epidurale. Gli unici volti che vedo sono quelli di mia sorella e della mia amica, per fortuna non ho incontrato lo sguardo di mio marito, non so come mi sarei sentita a vedere nei suoi occhi la mia stessa paura. Continuo a piangere, l’ostetrica cerca di calmarmi, le dico che non la sento, non la sento da tempo, non sento i suoi calci e il suo singhiozzo. Mi lascia lì, davanti quella grande porta di vetro e io mi sento impotente, non so come comportarmi per far stare bene la mia piccolina. La porta si spalanca e mi ritrovo davanti l’ostetrica (evidentemente lei era entrata da un’altra porticina per poter aprire la porta e farmi passare).

Mi ritrovo distesa su una specie di letto che non so descrivere non ho avuto il tempo per osservare, è il letto della sala operatoria, davanti a me, sul tetto un’enorme lampada da dove si riflette la mia pancia. La mia dottoressa cerca di sentire nuovamente il battito con un piccolo strumento grande quanto un palmo, mi dice che c’è, che è tutto a posto, ma io non ci credo, non riesco a sentire, sono troppo turbata, l’anestesista interviene dicendomi che vorrebbe lui quel bel battito mentre mette sulla mia schiena non so cosa per l’anestesia e sento qualcuno proporre di aspettare prima di tagliare, dato che il cuore batteva regolarmente, ma l’anestesista non è d’accordo: ormai che hanno iniziato è giusto liberarmi. Mi vedo dipingere la pancia dal riflesso della lampada, mentre un telo copre la mia visuale, le luci si fanno più possenti, adesso non riesco a vedere il mio corpo nudo, con dell’adesivo nelle gambe per non farle muovere. Vedo tutti, sono tutti lì, compreso il pediatra. Sento che mi toccano, sento i loro arnesi e le loro mani sul mio ventre, l’anestesista mi chiede se sento qualcosa, dico di sì, che sento che mi stanno aprendo ma non sento dolore. E penso alla bambina, e spero che facciano presto per poterla sentire, ma sembra un’eternità, una lunga attesa, ma cerco di non piangere. Sì, non vedevo ora arrivasse quel giorno per poterla sentire scivolare dal mio corpo e trovarmela vicina, sono stata sempre contraria al cesareo anche perché in passato ho fatto un’operazione per un fibroma peduncolare e so come sono i dolori quando passa l’effetto dell’anestesia e poi cosa c’è di più bello di sentirti vuota e vedere quell’esserino fuori e poter essere la prima a vederlo? Ma non ci pensavo, in tutto quel tempo, non ho pensato al cesareo, pensavo alla mia piccola che, possibilmente, stava soffrendo, che sarebbe stata fuori da lì presto e nel frattempo sentivo che le loro mani dentro di me scostavano qualcosa e poi una sensazione strana, come qualcosa che impediva di far uscire la bambina, ma non so se fosse una mia impressione. Sì, come qualcosa che impedisse alla piccola di venire fuori e poi la voce della mia ginecologa: «Samanta, tua figlia è una bella ponchiolotta (cicciottella)!» e un pianto alto, di quelli sguaiati, la voce della mia piccola e io non la stavo vedendo. L’anestesista guarda l’ora e scrive “ore 19:24… Angela Giuliana Saitta” e poi me la fanno vedere quell’esserino, mi dicono che è bella, ma io non riesco a vederne la bellezza, vedo un corpicino che si muove e piagnucola, tutto nudo e sporco, ma si muove, piange, sta bene.

E poi denti e braccia cominciano a tremare, mi dicono che è causa dell’effetto dell’anestesia, soffro per lo stato in cui mi trovo, e mi sento disidratata, il tremore mi porta fastidio, quasi malessere mentre sento forbici e movimenti nel mio ventre: mi stanno ricucendo, stanno chiudendo tutto, mentre la piccola non so dove si trovi, o meglio, intuisco sia con il pediatra e l’ostetrica, che la stanno visitando, pulendo e poi vestendo.

Nel frattempo mio marito fa come un pazzo: sale e scende le scale, va fuori a fumare, rientra ma non ha notizie, alla fine va in camera e si siede. Chissà quanti pensieri frullavano in quella testa, l’attesa lo logorava, beveva in continuazione per non vomitare e poi è entrata mia madre: l’ostetrica era uscita dalla sala per informarli che stavamo bene, che la bimba era nata e pesava 3.550. Che liberazione!

Continuavo a tremare quindi mi hanno somministrato qualcosa, non so cosa, e poi mi hanno messo addosso una coperta per riportarmi in camera. Lì si sono accorti che avevo sbagliato letto, ma sono riusciti lo stesso a farmi coricare. Avevo il catetere, l’odiato catetere che avevo avuto durante quella vecchia operazione, ma non mi faceva male, non mi dava fastidio, il taglio sì. Ma la mia bimba stava bene, anche se ancora non l’avevo vista bene. Mio marito, natura curiosa, come ha beccato la ginecologa ha voluto capire cosa fosse realmente accaduto, e lei ha spiegato che, semplicemente, la piccola con la manina si era aggrappata alla parte iniziale del cordone e questo le impediva di scendere. Eh sì, neanche nata combina le monellerie! Poi la piccola cubista è uscita tutta in ghingheri, nella culla preparata da mia madre e il vestitino che avevamo comprato per lei più di un mese fa. È entrata in camera, e tutti l’ammiravano e scattavano foto, tutti dicevano che era bella, tutti la guardavano e mormoravano che era buffa, mio marito la guardava soddisfatto mentre io continuavo a chiedere di vederla, che non riuscivo a muovermi causa l’operazione. Riuscii a vedere solo i capelli mentre mia sorella osservò che loro stavano per andare via, io avevo una vita per vederla e coccolarla. Finalmente si decisero, e la portarono tra le mie braccia. Aveva le guance rosse e belle gonfie e occhi a mandorla e grandi, cercai di attaccarla al seno, avevo la paura che non mi riconoscesse più, che non sapesse chi io fossi, le dissi «Cucciola!» lei cercò con il viso di capire da dove provenisse quella voce, poi trovò il mio seno e si aggrappò, dandomi per la prima volta il morso affamato che possiede!

Diario, parole, pensieri, Sogni

Cronaca di un parto travagliato – parte I

Ogni parto è un’esperienza a sé, mi dicevano, come lo è la gravidanza: una lunga, dolce, ansiosa attesa! E gli ultimi giorni sembrano interminabili perché non sai quando arriverà il momento e la gente continua a chiedere. Poi la tua ginecologa ti dice che vorrebbe che nascesse prima per evitare quel caldo che sta portando allo stress; ti chiede se ti va di essere ricoverata il 31 luglio per partorire il primo agosto, che si può fare l’induzione al parto, tu vorresti vederla il prima possibile e proponi il ricovero entro il 30. Ma il 29 torni da lei per il tracciato e dice che ancora non ci sono buone notizie, la piccola sembra ancora alta, di non fare il ricovero il 30, di andare a fare il tracciato il 31 sera per vedere come procede e di portare tutto l’occorrente, perché non si sa mai.

Un po’ delusa torno a casa, ma penso di avere ancora un paio di giorni per organizzare tutto: la valigia è fatta, lo shampoo è stato fatto, sono quasi pronta per entrare in clinica. Martedì sera vado a letto con una sensazione strana, mi addormento e verso mezzanotte, nel dormiveglia, sento qualcosa in vagina, come un cavatappi che stappa delicatamente qualcosa, tap, tap, tap. Cosa mai sarà? Mi alzo con quel dubbio, mormoro qualcosa, mio marito alza la testa chiedendo se è tutto O.K., dico di sì, che sto solamente andando in bagno ma arrivata alla porta ho una sensazione di bagnato negli slip e «Amore mi si sono rotte le acque!!!» corro in bagno (per fortuna è accanto alla camera da letto), pensando che, forse, mi sono fatta solo la pipì addosso, ma come mi siedo sulla tazza comincio a perdere acqua rosata. Mio marito si alza immediatamente, va a chiamare mia madre che si alza, si sistema quattro cose in una borsa, sbaglia a indossare le scarpe e, invece del deodorante, mette in borsa una collana.

In macchina chiamo la mia ginecologa avvertendola che sto andando in clinica. Mi chiede immediatamente dei dolori, leggeri rispondo.

Arrivo, tracciato, ma niente contrazioni, i miei dolori, mi dirà poi una dottoressa, sono più delle false contrazioni. Mi visita, poca dilatazione, la piccola sta bene ma è ancora alta. Mi danno una camera al piano di sopra (ho scelto la privata per stare tranquilla) chiedono a mio marito di stilare un menù da un foglio per il pranzo e la cena del giorno dopo, ma è l’una, non sappiamo cosa accadrà nelle prossime ore e poi, doveva essere in realtà il pranzo di mia madre perché lei resterà con me.

Mio marito va a casa, io mi distendo sul lettone, sbagliando prendo quello dell’ospite, ovvero senza le rotelle. La dottoressa mi consiglia di riposare, che sarà una lunga giornata, che sarebbe tornata dopo due ore e di avvertirmi se avessi perduto sangue. Ma non riesco a dormire e ogni tanto ho fitte al basso ventre mentre continuo a perdere liquido.

Nella mattinata ancora nulla, non ho fame, la mia ginecologa arriva, mi tranquillizza, chiede di portarmi un succo di frutta, mi dice che se non succede niente entro le dodici mi faranno la flebo con uno stimolatore, chiedo se possono esserci problemi: ho perso tanto liquido, la bambina potrebbe soffrirne? «No, cara, quel liquido non è niente ancora, non ti preoccupare, tua figlia sta benissimo!»

Il succo non arriva, la mia ginecologa s’infuria perché potrei finire in ipoglicemia, quando salgo in camera dopo l’ennesimo controllo trovo questo succo alla pera, lo bevo, anche se il succo alla pera non mi fa impazzire, mi distendo e continuo ad aspettare.

Verso l’ora di pranzo mi ficcano un ago sul braccio destro, vicino il polso, per permettermi di muovermi meglio e mettono l’odiata flebo con questo stimolatore. Sapevate che le contrazioni indotte, non essendo naturali, provocano più dolore? E il dolore arriva, le contrazioni sono forti, la piccola è un po’ scesa e c’è un po’ di dilatazione, ma ancora siamo lontani dal far nascere mia figlia.

Chiusa in quella cameretta del tracciato la mia dottoressa prima mi presenta l’ostetrica che l’aiuterà a far nascere la piccolina e poi arriva un uomo che mi presenta come uno dei migliori pediatra di Catania.

Io sono troppo a disaggio: indosso solo un camice, sto sudando e non posso farmi la doccia, ho passato una mattinata a passeggiare per far scendere la piccola cubista e lei sembra non voler nascere. La ginecologa prima di andare mi dice che ha chiamato l’anestesista che sarebbe arrivato in meno di un’ora, e nel frattempo le contrazioni sarebbero diventate più frequenti: mi avrebbero fatto l’epidurale per non soffrire e controllato le contrazioni attraverso il tracciato. Mi porta anche una pallina antistress da stringere mentre ho le contrazioni.

Passa un’ora, il tipo non arriva, chiediamo all’ostetrica che non ha notizie e aspetta in corridoio l’arrivo del collega. Le fitte si fanno più frequenti, mia madre cerca di coprirmi pensando possa avere freddo, ma io muoio di caldo, e poi quelle fitte si fanno più insistenti, lame che mi trafiggono ed escono dal ventre con una dolcezza per poi ritornare con ferocia. Inizio a urlare, a chiedere dell’anestesista, quella pallina non mi soddisfa, non riesco a stringerla bene e in uno scatto di ira la butto, mi aggrappo al piede del mobile dove c’è il macchinario del tracciato e poi scopriamo che l’anestesista ci aspettava sopra mentre l’ostetrica lo attendeva sotto: qualcuno non aveva fatto la comunicazione. Quindi salgo con quel camice bianco, e quei dolori e mi ritrovo in uno stanzone suddiviso in arie, mi mettono su un lettone, mi dicono di mettere la testa in giù e mi ficcano aghi e mentre mi mette l’ago sulla schiena arriva la contrazione e contemporaneamente un crampo al polpaccio destro. Mi lamento, l’anestesista pensa per quella piccola puntura, ma la ginecologa sottolinea che sono stata buona e tranquilla per nove mesi quindi non crede possa lamentarmi per così poco.

Adesso mi trovo nuovamente nella mia camera, mi controllano a vista con un nuovo macchinario, sono sdraiata sul letto, non sento dolore ma mi accorgo che ogni volta che arriva la contrazione ho un fastidio all’altezza dell’ano. Mi controllano, la dilatazione è aumentata, siamo quasi a sette, ci siamo quasi, ma la bimba ancora non è scesa. Arrivano i miei parenti, mio marito è ansioso, arriva anche una mia amica e io resto con quella flebo sul braccio, gli apparecchi sulla pancia per segnare il battito della bimba e le contrazioni, aghi fissati sulla schiena e i dolori cominciano a ritornare, l’effetto dell’epidurale sta per finire. Voglio l’anestesista, pensare di avere nuovamente quei dolori m’inquieta, non riuscirei a farcela. Volevo solo un parto naturale, pensavo che, una volta rotte le acque, sarebbe stata questione di poche ore, invece sono passate le diciotto, ho sete e sono stremata. Arriva l’anestesista, che fa una battuta ironica (credo che siano tutti così, che lo facciano per smorzare l’atmosfera e l’ansia per il parto), prima di uscire mi vede con il bicchiere in mano, mi rimprovera: non posso bere, potrebbe esserci bisogno di un taglio cesareo, e non si dovrebbe bere in questi casi.

 

Scrivo poche righe con il ventre indolenzito solamente per aggiornarvi.

Mercoledì 31 luglio alle ore 19:24, dopo una notte e un intero giorno di sofferenze, stanchezza, sete, punture e tagli, è nata la piccola Angela Giuliana, con un peso di 3,550.

Presto vi racconterò la mia lunga avventura, conclusasi con la conoscenza di uno dei visini più belli mai visti (per me, ovviamente).

 

Buona domenica a tutti!

Irascibile…

Qualcuno mi deve spiegare se sia possibile che, dentro il pancione, i bimbi capiscano cosa avviene fuori!!! E soprattutto le differenze tra un apparecchio e l’altro.

Mi spiego: faccio i tracciati nello studio della mia ginecologa e quella se ne sta tranquilla e beata; li faccio in clinica e diventa una furia!

Inizia a calciare, a muoversi in continuazione, sino a staccare i due apparecchi. L’altra sera ha avuto una forza incredibile, e non contenta si è spostata tutta a destra per allontanarsi dalle due ventose. Il padre era orgoglioso del comportamento della monella, sorrideva e le chiedeva se fosse ora di prendere la valigia e quella continuava a contorcersi tutta facendomi pure male. Quando, finalmente, l’infermiera è tornata per togliere tutte quelle cinture che le davano fastidio, ha avuto anche il coraggio di tirare fuori un piedino che si notava dal mio pancione. L’infermiera ha commentato: «Che carina, sta mostrando il suo piedino!!!», ma a me è sembrata più che altro una minaccia del tipo: «Rimettetemi nuovamente quel coso e vi do un calcio!!!»

Stamani, altro tracciato e lei tranquilla, si è solo stiracchiata un tantino.

L’ho raccontato alla ginecologa e lei, con il sorriso sulle labbra, ha risposto: «Il problema è che la piccola si è affezionata a me!»

Può essere…

gravidanza-300x240

Voglia di scappare…

Andare via lontano… oppure in un luogo vicino ma sconosciuto a molti.

Voglia di rilassarmi, di non pensare alle curve.

Di stare sola con le persone che amo.

Voglia di essere coccolata e non pensare alla cattiveria.

Voglia di staccare la spina.

Voglia di un mare intenso e le sue onde, il suo eterno saper cullare.

Voglia di andar via dal non senso.

 

summer

Incubi pre parto

Quando dicono che un aborto segna per tutta la vita, credete, si dice la verità.

Domani (anzi questa sera)sarà un anno esatto da quel triste evento, forse sarà per questo che oggi sono un po’ giù di morale e mi sento triste. In realtà non ci avevo fatto caso, presa dalla situazione della dottoressa alle prime armi che mi ha classificata come diabetica mentre le curve continuano a scendere (sarà anche perché ho continuamente fame ma per non sgarrare mi nutro con acqua, e poi dicono che in gravidanza si deve mangiare per due!); forse sarà anche perché la piccola scalcia e alle volte mi fa anche male, sarà che domani ho l’ecografia e non vedo ora di sapere qual è la sua posizione e quanto è cresciuta… bene saranno tutte queste cose, ma l’ho ricordato solo adesso, iniziando a scrivere.

All’inizio vi dicevo che una cosa del genere non si scorda facilmente e che, ci si pensa, si pensa al volto che avrebbe avuto e quando sarebbe nato (sarebbe nato a fine gennaio) però poi penso a quella piccola cubista e a come si fa sentire e tutto passa.

Ma alle volte i brutti ricordi ritornano nei sogni.

Ieri sera tornando a casa mio marito si è lamentato del modo di posteggiare di alcuni vicini, che se di notte succedesse qualcosa, bene, farebbe una strage di tamponamenti. Gli ho solo ricordato di pensare che ha me con le doglie in macchina, poi delle macchine tamponate, pazienza.

Ed ecco che, da questa chiacchierata e dai vecchi ricordi, faccio il sogno nel sogno:

è notte e vado in bagno per far pipì e mi accorgo di alcune macchie scure, come sangue vecchio, preoccupata mi reco in camera da mio marito che sta al telefono (qui dovevo capire che si trattava semplicemente di un sogno, mio marito alle 20:30 per non essere disturbato dai clienti, spegne il telefono!) io cerco di parlagli, di dire cosa mi sta accadendo, mi tocco sotto e mi sento aperta e una schiuma bianca sembra uscire. Lui non presta attenzione, e torno in bagno per vedere come vanno le cose e noto il sangue che si fa sempre più vivo. Torno in camera prendo il telefonino, lui capisce cosa sta per succedere e mi sta vicino e io prima penso di andare dritti al pronto soccorso ma ho il timore che mi facciano fare la fila, che ci sia qualcuno con un dito sanguinante che pretende la precedenza solo perché è arrivato prima. Poi penso di chiamare la ginecologa ma, mi dico che, nel cuore della notte starà dormendo e non la voglio disturbare e poi penso che io devo partorire in clinica e che, quindi, posso andare direttamente là. Ma sarà aperta a quell’ora? Certo l’anno scorso era notte quando siamo andati e comunque devono stare sempre aperti. E il borsone della piccola non è pronto, il suo primo vestitino ancora lo devo pulire e stirare, lo metterà e magari le farà allergia!

Mi sveglio (ma sto sognando ancora) e racconto tutto a mio marito che ascolta attentamente ma non parla. Gli dico che era stato un sogno stupido, che dovrebbero rompersi le acque e non avere la minaccia d’aborto, che comunque dobbiamo sistemare tutto per evitare di uscire di notte e non essere preparati con il borsone della piccola.

Voi direte che mi faccio tante paranoie, eppure io sto bene, non penso al momento del parto come qualcosa di tremendo, non ho neanche paura. eppure poi faccio questi strani sogni.

Diario, parole, pensieri

L’insostenibile dolcezza della curva da carico di glucosio

sugar-lips-ipad-desktop

E oggi mi è toccata fare pure la curva glicemica. Mi avevano spiegato che mi avrebbero dato un bicchiere di un liquido dolciastro e poi fatto altri prelievi.

Arriviamo alle otto e qualche minuto, mi siedo dopo aver preso il numerino e aspetto il mio turno. Sulla porta dell’ingresso vi stava scritto che sarebbero rimasti chiusi dal 20 aprile sino al 2 maggio. «Che sfiga» mi dico «ho la visita il 29 aprile» ma paziento, c’è sempre un rimedio. Arriva il mio turno e la segretaria mi ricorda che staranno chiusi, che dovrò attendere il due maggio, le dico che non c’erano problemi, lei cerca di sapere dalla dottoressa se la “toxo” si potesse avere in giornata, evidentemente il problema maggiore sono gli esami mensili per la “toxo”.

La toxoplasmosi, per chi non lo sapesse (io non la conoscevo per esempio) è una malattia infettiva, principale serbatoio del virus è il gatto, ma si può trovare anche nelle carni bovine poco cotte o crude, in quelle tritate, nella verdura non lavata e anche nelle fragole. Capite perché la vita di una donna incinta che non ha mai avuto la toxo può essere fastidiosa? Carne ben cotta, evitare le fragole, niente hamburger nelle paninerie, niente verdura cruda nei ristoranti perché non sai mai se è lavata e come.

Tornando a stamattina, dopo aver fatto la prenotazione, aspetto il mio turno, il numero 206. Avevo già notato che i computer erano un po’ fusi e che vi era un po’ di confusione, cosa un po’ strana in questo posto: è una macchina vera e propria, le segretarie sono eccellenti e ve ne sta una che sembra un generale e mette tutti in riga perché, in questi posti, trovi di tutto dal vecchietto che si mette a chiacchierare alla signora impicciona che ti sta col fiato sul collo, e il Generale è pronta a mettere tutti in riga.

Era arrivato il mio turno, ma il display fa un salto e dal 205 passa al 207, resto un po’ perplessa, cercando di capire cosa diamine stesse accadendo, ma vedo la dottoressa Mano di Velluto parlare di glicemia con la segretaria che aveva registrato la mai prenotazione e capisco che era solo per organizzarsi meglio, ma la gente accanto a me è confusa, un ragazzo mi dice che forse fanno a numeri alterni, una signora cerca di istigarmi ad andare da loro e dire che avevano saltato il mio turno, ma io sto tranquilla, hanno solo un po’ di confusione con i computer, ma sanno fare il loro lavoro. Infatti dopo neanche un minuto vengo chiamata, per fortuna da Mano di Velluto, mi fa il prelievo e poi mi mette sotto il naso due bicchieri di plastica trasparente con del liquido chiaro e, attaccando la targhetta nel contenitore rosso del mio sangue, dice: «Sessanta e centoventi» e io chiedo cosa volesse dire.

«Adesso entro questo minuto beve quest’acqua poi faremo un prelievo tra un’ora e una tra due ore.» bevo entrambi i bicchieri d’acqua e lei mi dice che non posso muovermi da lì sino alle 10:40.

«Quindi non posso andare neanche a fare la colazione?»

«E lei pensa di aver bisogno di zuccheri con 75 milligrammi di zucchero che ha appena ingerito?»

«Non credo»

Esco e dico a mio marito di andare a fare colazione e di tornare in ufficio, io dovevo restare lì ancora due ore. Lui mi guarda stranito: è il nostro rito fare colazione nel bar vicino dopo ogni prelievo mensile, gli spiego tutto e gli ricordo di mangiare, anche perché ultimamente mangia disordinato e salta i pasti. Gli chiedo pure che, se fosse passata in ufficio la fidanzata di nostro nipote (la nostra è un’azienda familiare ormai, il grafico? È di casa…) di chiederle se potesse venire a farmi compagnia.

Restai lì ferma a fissare l’orologio mentre la sala si svuotava e la gente andava via. Per fortuna è arrivata la nipote acquisita, abbiamo chiacchierato per tutto il tempo (e falle passare due ore). Allo scadere della prima ora cerco la dottoressa Mano di Velluto ma non si vede, trovo la collega, non avrà le mani delicatissime ma va bene lo stesso. Le chiedo come mai saranno dieci giorni fermi, è a causa di un guasto ai computer che ha mandato in tilt tutti i macchinari, ecco perché ci vuole la manutenzione. Fa il prelievo e torno a sedere. Un’altra ora, un’altra lunga ora a chiacchierare (passatempo preferito delle donne). Mano di Velluto torna, mi chiede se avessi fatto il prelievo, le dico “tutto O.K.”, vediamo gente entrare e uscire, le segretarie sbrigare tutto e poi finalmente si fanno le 10:40, entro, Mano di Velluto mi fa un buchino proprio sotto il primo prelievo, mi chiede se avessi fame, rispondo di no e poi aggiungo che, tra l’altro, le cose dolci non mi piacciono tanto quindi avevo anche un po’ di nausea.

«Chissà perché tutti quelli che fanno questa curva dicono la stessa cosa, che non gradiscono le cose dolci…».

Chissà perché? Io, ve lo giuro, le cose troppo dolci non mi piacciono, ce l’avete presenti quelle cassatelle siciliane ricoperte di glassa??? Lontane da me… da una vita!

Cicciotta gravida… normopeso non ce ne frega

pregnant

Forse sembrerò un po’ antipatica o patetica, ma avete mai fatto caso a questa cosa qui?

Mi è capitato per stress o per cura con cortisone di aver preso dei chili, chili in tutto il corpo dalla faccia alle caviglie, e metto sempre un po’ di pancia perché per studio o per lavoro, sono costretta da una vita a stare seduta e la pancia (anche causa la postura non da studentessa modello) si è notata un po’ di più. Ma come mai quelle due – tre volte nella vita che sono stata “grassa” c’è stato qualcuno che mi ha chiesto di quanti mesi fossi?

Una volta mi capitò dal medico. Era giugno, c’era caldo e avevo una casacca arancione: pancettina, paffutella e una signora mi strinse il polso e, sorridendomi, mi chiese a quale mese fossi? Ci restai male: già ero a disaggio con quei chiletti in più per giunta si notavano tanto…

Un’altra volta, non lo potrò mai dimenticare, eravamo a cena fuori con amici e il tavolo accanto fu occupato da alcune ragazze, che sghignazzavano e non facevano altro che attirare l’attenzione. A un tratto una di queste, cicciotta, con un vestito aderente che le metteva in evidenza tette e pancetta, si alzò dal suo posto e venne da noi con la macchina fotografica in mano, e mettendola sotto il naso del mio (allora) fidanzato, chiese se gentilmente potesse fare delle foto.

«Io?» disse quello stronzetto del mio futuro marito «Io non so usare la macchina fotografica, è lei la fotografa!» rivolgendosi a me. Mi alzai per fare questa foto di gruppo, indossavo una maglia stretta sul seno che scendeva morbida dalla vita in giù, non è che ci fosse tanta pancia, avevo messo su di nuovo qualche chilo causa allergia, ma non mi reputavo con una pancia grossa!

«Che bello sei incinta!» mi disse la tipa. La guardai male e le dissi che non ero incinta.

«Ma perché ti vergogni? È una cosa bella aspettare un bambino!»

Le fissai la pancia e il suo lardo che straripava dall’addome ripetendole che non ero gravida, mentre le sue amiche ridevano facendole capire che stava facendo una figuraccia. Scattai le foto e tornai a sedermi. Le mie amiche erano sconvolte, i ragazzi ridevano.

Dopo questi due esempi vi dirò che vi sono ragazze sovrappeso che, se possono, fingono di aspettare bambini per non fare la fila alla cassa, o avere favori! Ve lo giuro.

Ma non solo, se sei cicciotta è più possibile che tu sia incinta rispetto a una normopeso.

Le normopeso non possono essere incinte perché normopeso!

Questa è discriminazione!

Se sono in banca e vi è la fila, nessuno si alza per cedermi un posto; sono dal salumiere per un etto di prosciutto, il signore al banco mi riconosce, vuole darmi la precedenza, e la vecchina davanti fa storie, s’inventa una macchina in doppia fila che non esiste, dice che è sabato e di sicuro dovrò comprare tante cose e lei non può aspettare… alla cassa? Nessuno si accorge di me (o fanno finta di nulla). Dal dottore non ne parliamo e per farmi le analisi mensili, appena mi alzo per la prenotazione, ritornando a sedere il mio posto è stato occupato da qualcuno!

Oltre a non cedere il posto perché evidentemente per loro l’utero e tutto quello che c’è dentro non pesa e non mi fa stancare la schiena, c’è gente che continua a fumarmi vicino pur vedendo il pancino, perché sino a qualche settimane fa ci poteva essere il dubbio che i maglioni stessero stretti perché ero una grassa di pancia, ma adesso la pancia si vede e bene.

Sapete sinora chi sono stati i più gentili? I trentenni e quelli della pizzeria di sabato che non mi hanno fatto aspettare e, per la prima volta, non hanno sbagliato la mia pizza!

Diario, La Primavera, parole, pensieri, Sogni

La piccola cubista.

Non è che sono diventata una pigrona (o quasi) proprio non riesco a scrivere i miei pensieri durante il giorno, non trovo l’ispirazione e poi, la notte, come fa Stephen King, mi vengono in testa mille cose.

A Catania la primavera è arrivata, oggi c’è vento ma è normale: siamo ancora a marzo!

Sono a casa, ormai mi è quasi impossibile scendere in ufficio a causa dell’allergia; appena arrivo in quella strada piena di macchine, polline e polvere, comincio a stare male, il viso mi si sciupa e la gente pensa che sia per colpa della piccola cubista.

Ah, vero, voi non sapete la storia della piccola cubista.

Tutto ha inizio venerdì mattina per la visita morfologica. Arrivo in anticipo all’appuntamento delle nove perché ansiosa e un po’ preoccupata. La notte (ormai soffro d’insonnia) mi erano sorti mille dubbi: “ e se con la mia postura la sua testa è mezza schiacciata come quelle delle bambole?” o ancora “E se le manca un braccio o un piede?”. Giorni prima mi ero preoccupata perché essendo entrata al quinto mese, pensavo che avrebbe così, per magia, iniziato a dare calci verso l’ombelico, e invece continuavo a sentire bolle solo al basso ventre all’altezza della mia ormai vecchia cicatrice. Sì, sono ansiosa ma mi sa che molte mamme lo sono… e poi sono momenti, perche altre volte mi dico che va tutto bene.

Poi le parlo, come ho fatto con la visita del mese scorso, cerco di dirle di fare la brava, di non comportarsi come i due cugini: Eleni si girava in continuazione e non ha mai, in nove mesi, fatto vedere il sesso; Paolo invece per la morfologica ha fatto sudare il medico che alla fine ha dovuto cedere e dire a mia sorella di ritornare qualche giorno dopo.

Comunque ritornando a venerdì, arrivo, chiacchieriamo un po’ e, dalle analisi, si scopre che ho una bella anemia, in più la gine mi vede smagrita eppure la bilancia afferma che sono ingrassata un po’ che, a dir della dottoressa, poiché sino a un mese prima avevo preso pochissimi chili, sarebbe tutto normale, ma se ho l’anemia e faccia, mani e braccia sono magrissime c’è qualcosa che non va! Quindi mi ha detto di mangiare molte proteine e verdure ed eliminare quasi del tutto pane e pasta, e i dolci che tra l’altro io mangio pochissimo.

Iniziamo la visita e la prima cosa che nota la gine, quasi ridendo, è che, la signorina, sta con le gambe aperte, anzi spalancate e il belvedere in bella mostra.

«Se, per caso, non avessimo voluto sapere il sesso, bene, lei ha svelato lo stesso l’arcano!»

La tipetta se ne sta con il culetto nella direzione dell’ombelico e la testa in basso, come se fosse già pronta per nascere. Come quei bimbi che sanno di dover partire per una gita e si preparano una settimana prima per l’ansia e la gioia, oppure per il primo giorno di scuola. Mi ricordo che l’anno in cui mio nipote Paolo ha iniziato l’asilo, una settimana prima, è andato con la madre a comprare uno zainetto (scelto da lui, la madre non si doveva impicciare) e poi, al ritorno, come ha visto che mia sorella girava dalla parte opposta della scuola, ha cominciato a urlare perché lui era pronto per andare a “cuola!”.

La cubista ha piedi e gambe perfetti, tutti gli organi funzionanti, schiena dritta e dal profilo, dice la mia gine, sembrerebbe aver preso dalla madre. Si gira verso mio marito che guardava curioso lo schermo e chiede se per caso, dopo questa affermazione, non volesse cambiare ginecologo, poiché molti padri pretendono che i figli assomiglino a loro.

«No, assolutamente» risponde lui fissando ancora lo schermo «sono soddisfatto così»

La cubista muove molto le braccia, porta il pollice in bocca, poi le mani in testa come preoccupata o pensierosa. La dottoressa ha immortalato il suo viso, ora abbiamo il suo volto su un rettangolino nero, è molto curioso, si vede questo piccolo viso con gli occhi il naso e la bocca. È la sua prima foto!

Ah ma voi volevate sapere perché mio marito la chiama la cubista: oltre a dare l’impressione di essere molto esibizionista e si mostra tranquillamente senza girarsi in continuazione, la notte inizia a muoversi e non la smette più. Da calci e testate, l’altra notte mi sono anche fatta un po’ male per la potenza di un non so che: la testa, la mano, una gomitata. Forse vorrà essere cullata oppure non sente la mia voce, non lo so, oppure ama la vita notturna.

Ma sapere che tra circa venti settimane la potrò tenere tra le braccia, è una sensazione meravigliosa. Per adesso mi accontento dei suoi calcetti e accarezzo la pancia, ma ad agosto, quando me la ritroverò davanti, la sbaciucchierò tutta. Le darà fastidio? Bene, così saremo pari!

Diario, parole, pensieri

Preghiera di scongiuro salentina

“Alzati San Giovanni e non dormire 
che vedo tre nuvole camminare: 
una d’acqua 
una di vento 
una di forte maletempo
Alzati San Giovanni e non dormire 
e portale presso una riva di mare 
là dove non canta gallo 
là dove non luce luna 
là dove non nasce anima creatura”.

 

sole1

 

(non so se la traduzione è corretta, ne ho trovate tante alcune un po’ discordanti)

Sogni

jasmine-plant-in-flowers-trees-plants

L’aria ancora fredda, il sole che ti riscalda e ti da piacere. Sentire la natura risvegliarsi dal canto di un passero, o vederla grazie ai primi delicati fiori di un gelsomino. Trovare le vetrine con i primi capi primaverili, con i colori estivi, pastello, color caramelle multi gusti! E poi qualcosa che si muove nella pancia, ogni giorno, un piccolo pulsare, un po’ la mattina, poi nel pomeriggio e infine la sera.

Non riuscire più a dormire la notte e poi sognarla. Prima tra le mani, cucciola, impaurita per un temporale e dopo, già grande, riesce a camminare e ci viene incontro correndo. Avere paura delle macchine che passano mentre lei ci abbraccia contenta di vederci e poi scappa divertita dalla corsa, dal bel tempo e dalla primavera!

Femmina è!!!

Dopo le prime chiacchiere la gine riceve una delle tante telefonate. È un momento particolare per lei, sta per cambiare studio e le pareti sono spoglie dalle foto di tutti i piccini che ha fatto nascere. Mi indica la bilancia e io, un po’ nervosa, mi alzo e mi dirigo verso uno degli strumenti più odiati da noi donne. Non mi sto ingozzando, ma mi sento costipata e, forse, in questi giorni ho esagerato. Prima di salire noto che la bilancia segna mezzo chilo in più. Bene devo togliere questi 500 gr dal peso complessivo. Mio marito mi viene dietro per controllare che non bari o per curiosità. La gine mi fa i complimenti: in un mese solo mezzo chilo.

«Alla faccia di chi mi vuole grassa» esclamo, pensando soprattutto a qualcuna che, da quando ha saputo che sono incinta non fa che ripetermi con sorriso sornione «Be’, non sai come sarai dopo il parto… e mica puoi sapere quanti chili prenderai con la gravidanza…». A bella, in quasi 5 mesi quattro chili scarni!!!

Arriva il momento cruciale, quello aspettato da tutti (in ufficio fremevano, la figlia di una mia amica voleva essere la prima a sapere, e i miei a pensare se comprare un pantalone o una minigonna), mi sdraio sul lettino e scopro il pancino pronunciato e duro, lei mette il gel freddo e si accende la schermata. Mio marito si avvicina alla gine chiedendole se oggi si sarebbe saputo il sesso, «Vediamo» sorride lei, mio marito le dice che l’importante che stia bene ma, da generazioni, nella sua famiglia, il primo è stato sempre maschio. Nel frattempo l’esserino si vede, alza il braccio e sembra salutarci, che educazione! La gine dice che è tutto a posto, che cresce bene e poi posiziona quel coso sul culetto e io lo capisco subito e, naturalmente, lo nota anche lei, ma vuole essere sicura mentre mio marito le fa la proposta: «500 bigliettini da visita e 100 carpette gratis se è maschio; uno sconto se è femmina.»

«Allora è meglio la merce gratis… vedi… tutti uguali voi mariti, ci tenete al primogenito maschio… comunque mi dovrò accontentare dello sconto, pazienza!»

È una femmina!

Lui ormai soddisfatto di tutto mi saluta e scappa in ufficio.

La dottoressa dice che la bimba sta bene, ma io sono debole: nuovamente cure e riposo. Le chiedo spiegazioni per le allergie, e le parlo di quell’antipatico della palla di pelo. Lontana da tutti gli animali. E lo sapevo io, come no! Quando lo vedo, lui, i suoi peli davanti gli occhi e quell’aria da “io son io, e voi una cippa…!” mi viene da svenire.

Arrivo in ufficio, mio marito non ha detto nulla, tutti a voler sapere, io mi nego, dico “non si è visto nulla, ma ci salutava con la mano”, e poi il marito afferma che gli manca il pisellino e che starà alla larga dal figlio di un nostro amico che nascerà a giorni. Il grafico esulta, era uno di quelli che tifava rosa. Dopo poco telefono ai miei, mia madre felice mi dice che lo sapeva; le ricordo che non voglio cosette da barbie per la piccola, mio padre accorre, ma non vuole complimentarsi con me per la bambina, lui è più interessato a sapere quanti danni ha provocato il nubifragio di ieri pomeriggio. Gli uomini!

Baby-Names

Festival a sinistra

Lo ammetto: la mia curiosità mi porta a guardare Sanremo, o meglio il Festival, per curiosità e per capire se vi sta qualche bella canzone.

A mio marito Fabio Fazio non è tanto simpatico e ha guardato il Festival (sino ad addormentarsi) solo per starlo a criticare tutto il tempo.

L’inizio non mi è piaciuto, ok il bicentenario della nascita di Verdi, ma per me era sottotono e poi, non so cosa ne pensate voi ma, l’idea di far gareggiare i cantanti con due canzoni, non è una genialata ma la trovo, piuttosto, la paraculagine dell’anno: se il 17 febbraio qualcuno proverà a dire che le canzoni non erano belle, basterà affermare “le ha scelte il popolo” (e, infatti, all’inizio il presentatore ha tenuto a spiegare cosa s’intende per popolare).

E penso a Anna Oxa e quello che ha affermato alle Iene: un festival di sinistra! Fazio è di sinistra, la Littizzetto è di sinistra, la maggior parte dei cantanti sono di sinistra. Non mi venite a dire che un gruppo che si chiama Marta sui Tubi non sia da primo maggio, come afferma la Oxa.

E poi la storia di Crozza. Ho visto l’inizio del suo monologo, è sceso dalle scale come fosse Silvio Osiris e, dopo poco, un gruppo, dalla platea, ha cominciato a  urlare “vattene” e “niente politica a San Remo”.

E qui il mistero: per Fazio e altri erano “i soliti due che disturbavano e che sono stati allontanati subito”; stamattina ho letto che in radio i fischi non si sono sentiti perché si è pensato ad abbassare il volume nella platea; su FB addirittura i “soliti due” sono diventati gente pagata da Berlusconi per insultare Crozza.

Il picco di ascolto? Ho letto dopo che Crozza ha terminato la parte del monologo su Bersani per passare a altro. Ma io già allora mi ero addormentata e mi sono svegliata pochi minuti prima che il timer spegnesse la tv. Sarà stato lo stesso picco per tutti?

In tv

Volevo scrivere sul papa e su come non sono rimasta colpita dalla notizia di ieri. Ho studiato quanto basta per sapere che nella storia della chiesa vi è stato di peggio.

Mio marito non mi ha costretta a stare a casa ma con gli occhi mi ha fatto capire che non voleva che uscissi causa il freddo; non mi posso permettere malanni e molti dei nostri amici hanno avuto già la febbre, io devo pensare al piccolino e non posso prendere medicine.

Passo il mio tempo al pc, mentre ascolto su History la storia dei Medici. Cose che già sapevo ma mi stupisce sempre Savonarola e il suo astio per ciò che non era, a suo dire, puro, sui peccati dei Medici, e sulle loro passioni per le arti e le scienze. Certo, alcune cose non cambiano mai e c’è sempre qualcuno a cui non va quello che facciamo.

Nel frattempo a smesso di piovere e un raggio di sole è entrato in casa.

la merla, la pioggia e il pancino

Eccoci giunti ai leggendari “giorni della merla”.

merlo

Per me questo periodo significa sempre un tuffo nel passato. Gli anni passati sui libri e la tristezza del grigiore fuori dalla finestra mentre la tua famiglia è lontana. Una stanza in affitto sempre fredda, con gli infissi mezzi rotti; cercare di fare di tutto per riscaldarsi, anche abbracciarsi una pentola con acqua bollente. Stare ore e ore a guardare un libro e le sue parole, non potere neppure uscire per fare due passi, poi trovarsi ai primi di febbraio e vedere la città in festa perché siamo già giunti ai festeggiamenti di Sant’Agata. E confondersi in mezzo a tutta quella folla, ai devoti e all’odore dello zucchero filato.

L’altro giorno parlavo di quegli anni a pranzo e mio cognato (perché lui deve sempre dire la sua controcorrente, tanto per parlare, l’importante è contraddire) ha affermato che era brutto quando lui lavorava nei cantieri (in un’altra vita) con il freddo, messo fuori. Io non stavo per nulla parlando di fatica fisica, ma di stress intellettuale, quindi ho dovuto fare la qualunquista e rispondere: «Almeno tu a fine mese, dopo la giusta fatica, venivi ripagato, con i soldi. Ma pensa a uno studente fuori sede, non solo infreddolito, stressato, deperito, anche rimandato all’esame, dopo mesi di studio, a causa di un prof del cavolo».

Non ha più detto nulla, si è concentrato sulla televisione.

Ma il freddo c’è veramente e ieri notte ha piovuto tantissimo. Io sento la pioggia, sento il ticchettio sul tetto e il suo rumore. Penso al terrazzo e alla biancheria stesa, ormai inzuppata e nuovamente da lavare. L’anno scorso, come sentivo i primi ticchettii correvo per le scale e mi ritrovavo, magari in pigiama, fuori, a salvare il bucato; facevo su e giù per controllare se si fosse tutto asciugato. Quest’anno non ho la forza e non posso fare su e giù, sembra assurdo, ma mi stanco, come se avessi già il pancione, mentre il pancino ancora non si vede bene, dato che c’è gente che ancora in ufficio, si ostina a chiamarmi “signorina”.

Nella mia fervida immaginazione ho detto a mio marito che presto, quando si comincerà a vedere che sono incinta, qualche cliente che ancora non ha capito chi sono, gli sussurrerà «è ragazza madre?»

Staremo a vedere.

 

Bolle nella pancia

bubble-wallpaper

Ultime notizie!

Il bimbo sembra crescere bene. Adesso è alto più di 5 cm, e passa tutto il tempo a dormire. Lunedì siamo andati a fare l’eco, ma non si vedeva bene perché si era posizionato in basso per dormire tranquillamente, la ginecologa ha cercato di svegliarlo, ma lui nulla, dormire era la sua priorità! (tutto suo padre!). Comunque, attraverso l’eco adesso abbiamo visto il suo visino e il suo corpicino che prima non si vedevano per niente. Poi siamo andati a fare il Bitest. Ero un po’ nervosa ma ho cercato di non pensarci. La ginecologa mi ha detto di non preoccuparmi se c’era una piccola percentuale di positività, che alle volte è solo un fattore di età (mi sto facendo vecchia). Ma la cosa che mi ha fatto male è stato il prelievo: io ho paura delle siringhe e del liquido rosso che viene su dal cilindro trasparente; la dottoressa non riusciva a prendere la vena! Era lì in bella mostra ma nulla, non usciva neanche una goccia di sangue. Quindi, dopo aver maltrattato il braccio, è passata all’altro. Risultato? Mi sono ritrovata con cerotti in entrambi gli arti.

E il freddo. Quanto freddo c’è in questi giorni a Catania. L’Etna è innevata e piove in continuazione. Non riesco ad asciugare i vestiti e credo che la casa stia diventando sempre più piccola. Infatti abbiamo deciso, non potendo permetterci un mutuo, di traslocare in una casa più grande, con una camera per il piccolo dormiglione.

Il piccolo l’ho sentito sabato sera a letto. A causa del tempo abbiamo deciso di prendere una pizza e metterci sotto le coperte a guardare un film. Ero sdraiata sul lato destro, chiacchieravamo e all’improvviso sento qualcosa al basso ventre, come delle bolle di sapone allo stomaco. Dico a mio marito che ho una strana sensazione lui si preoccupa e dopo pochi istanti, nuovamente le bolle, o sfarfallio, come lo descrivono alcune. Ho chiesto alla dottoressa e mi ha spiegato che non sono i primi calci, piuttosto i primi movimenti che si possono sentire in alcuni casi, comunque, sì, era lui.

Lui, il signorino che preferisce pizza e succo d’arancia, e mangia molta marmellata; che non mi sta facendo mangiare più patatine e cioccolata. Sì proprio lui sta cercando di farsi sentire (tra una dormita e l’altra).

Comunque oggi ho avuto il risultato del BItes, negativo. Un pensiero in meno!

A presto.

 

La mente è pericolosa

Era tanto tempo che non facevo incubi o sogni strani. Ma l’altra notte (meglio l’altra mattina) i sogni strani sono tornati a farmi visita. Il primo, un sogno così stupido e orrendo che svegliandomi (erano circa le 06:30) ho cominciato a bestemmiare e mormorare “cazzo di sogno”.

562554_366205400085467_673627137_n

Sognavo di essere per strada, e dovevo tornare a casa, ma mi trovavo nella parte opposta della città, verso il mare. Ormai era quasi buio e decidevo di girare a destra in una via che non si dovrebbe trovare in quel luogo, neanche la strada che percorrevo doveva essere là. Mi sono ritrovata davanti piazza Europa e la strada era allagata, impossibile proseguire. Ritorno indietro e una Drag Queen mi dà dei biglietti dicendomi che lì, dietro quel portone, si parlava del problema della donna e la violenza. Annuisco ma continuo nel mio percorso e mi ritrovo vicino il Corso Italia, ma era uno spiazzo con degli autobus. Mi dico che è tardi, che è ormai buio e arrivare a casa a piedi sarebbe faticoso per la mia condizione, quindi compro un biglietto, ma il tizio mi da più biglietti (biglietti molto strani) ma non dico nulla perché, penso, in un periodo di crisi, qualche biglietto gratis fa comodo. Aspetto l’autobus, il 26, cerco di leggere l’itinerario, ma le strade che dovrebbe percorrere non le conosco. Penso comunque di salire, fare un po’ di strada e poi scendere per aspettare una coincidenza. Mi rendo conto che sull’autobus dove sono salita sono tutti ragazzini, intravedo pure la nipote di mio marito e le chiedo dove va quello strano veicolo (era pieno di posti, anche sul corridoio). Mi risponde «A Biancavilla». Biancavilla? Come faceva un autobus urbano ad andare a Biancavilla? E poi lei che andava a fare lì? E per quale motivo non mi aveva avvertito? La ragazza fa spallucce quindi mi dirigo verso l’autista chiedendo la fermata più vicina al centro di Catania e lui risponde «La circonvallazione». Sì, era ottima, dipendeva l’altezza e gli chiedo in quale parte della circonvallazione mi poteva far scendere e lui risponde vicino l’albergo. L’albergo… io non ricordavo nessun albergo sulla circonvallazione ma andava bene lo stesso, l’importante era scendere da lì.

Il viaggio diventava lungo e lento, mi ritrovavo in strade sconosciute e di periferia, ma non sembrava neppure la periferia di Catania. Era perennemente grigio e a terra vi erano mele marce che venivano sbucciate attraverso un macchinario. Il tizio chiacchierava con me ed era tranquillo mentre guidava. Un ragazzo mi chiese di alzarmi e andare a pigiare non so cosa e gli dissi che non mi sentivo di alzarmi e raccontavo all’autista che non era la prima volta che sbagliavo autobus, mi era successo già una volta, in estate, ho preso un autobus che tornava dalla stazione convinta che si stesse dirigendo alla stazione e alla fine l’autista mi aveva fatto scendere alla fine del viale Mario Rapisardi. Il tizio ghigna, come per far capire che il collega mi aveva abbandonato lontana dalla civiltà, proprio lui che prendeva strade assurde, camminava come una formica e mi doveva lasciare sulla circonvallazione. Ero stanca, così stanca dal viaggio che mi sono svegliata mormorando “che cavolo di sogno di cacca!”.

Mi sono riaddormentata e faccio altri sogni strani che non ricordo, ricordo la fine dell’ultimo. Ed era un sogno che mi perseguitava anni fa. Sognare di stare ancora con il mio ex. Questa volta cancellavo dalla macchina fotografica delle foto e mi ritrovavo le immagini di un bimbo di un anno ma non capivo se si trattassero di foto vecchie dei miei nipoti o di altro. Nel frattempo sento il mio telefono suonare, ha la suoneria della Carmen ed è il telefono che avevo una volta. Lo prendo e dell’altra parte la voce del mio ex che mi dice che, dato che sa che nel pomeriggio tornavo a Catania, sarebbe venuto a prendermi. Io rispondo «Sì, sì… hai ragione, vienimi a prendere ma io non ci sarò! Non ti fai sentire da giorni e ora mi dici di venirmi a prendere.» chiudevo la comunicazione e gettavo con disprezzo il telefono sul tavolo sperando che questa volta la storia fosse chiusa definitivamente.

Mi sono svegliata dicendomi che la mente fa strani scherzi! Addirittura la stessa suoneria e lo stesso telefonino.

Alle volte la mente è pericolosa.

Articoli, Diario, libri, musica, parole, pensieri, Sogni

Quel 22 novembre del 2008

Quel 22 novembre del 2008 a Catania c’era veramente freddo. Era sabato e a teatro c’era lo spettacolo  della mia compagnia; mio dovere? Direttrice di sala insieme a un altro componente della compagnia. Nel pomeriggio, soprattutto vecchietti che ti sorridono, chiacchierano, si lamentano del caldo o del freddo. La situazione peggiorò nel serale. Il mio compagno mi abbandonò perché doveva andare con degli amici a vedere la partita “inter-juventus”. Restai da sola a controllare gli abbonamenti, a sentire le lamentele dei signori, a sorridere. La cassiera mi lanciava occhiate e io capivo subito il problema, vi era una grande intesa in quel momento; signori che non sapevano dove sedersi e io ad andare su e giù, giù e su. Guardai in faccia dei ragazzi, li conoscevo, li avevo frequentati un po’ quando stavo con il mio ex. Mi chiesero di lui, risposi «Non lo so».

«Mi spiace» disse una delle ragazze.

«A me no» risposi

Che c’era ancora gente che mi chiedesse dell’ex non mi dava fastidio più di tanto, era il “mi spiace” che mi metteva a disagio perché dovevo per forza dichiarare la verità e la verità era che me ne sbattevo altamente.

La maggior parte degli spettatori si era accomodata. Guardai il telefonino, vi era un messaggio, una mia amica, M., mi chiedeva a che ora mi sbrigassi, di vederci all’angolo, di fronte la posta del Viale. Risposi ok dopo poco mi arrivò un altro messaggio, sempre dalla mia amica, voleva sapere se ci potevamo vedere un po’ in avanti, al semaforo.

Lo spettacolo iniziò. Mi liberarono augurandomi una buona serata e m’incamminai. Fuori, forse perché accaldata, mi accolse il freddo. Per l’ennesima volta camminavo per il Viale guardandomi in giro. La via seguente alla posta è quella del teatro Stabile. Vidi la macchina delle mie amiche e salii.

«Senti Samanta» mi disse M. «Ho invitato un amico, spero non ti dispiaccia».

Perché mai mi doveva dispiacere, che me ne fregava? Io sentivo solo freddo. Ci accostammo al lato opposto. Non avevo mai considerato quella via, non c’ero mai passata. Ignorata completamente. M mi spiegò che il suo amico aveva un centro stampa proprio là, dove vi era quell’insegna. M’incuriosì perché stavo frequentando un corso di Photoshop e pensai “magari questo ha bisogno di qualcuno, magari una segretaria”. Ero senza lavoro, la crisi era cominciata e io mi ritrovavo dopo anni di lavoro, senza niente da fare tranne un corso e il teatro. Una macchina nera si posteggiò davanti, la mia amica aprì lo sportello e da quella macchina scese un tipo con un cappellino in testa dicendo: «Papereddaaaa»

Quell’espressione non mi piace. L’atra ragazza, la sorella della mia amica, mi sorrise chiedendomi: «Non ti piace il tipo???».

«No, lui non ha colpa, ma quell’espressione era strausata in casa del mio ex e in poco più di un’ora ripensarlo due volte non mi piace per niente».

M. ci chiama «Scendete», ma io sento freddo e poi sto dietro e non vi sono sportelli, come faccio a scendere, sento freddo. Sto in macchina. Me lo presenterà dopo.

Poi devo per forza mettermi davanti facendo la contorsionista perché M. ha deciso di stare in macchina con il tizio, anzi è lei che si mette al volante. Certo, tutti strani gli amici di questa ragazza.

Arrivati alla meta, mi toccò comunque scendere dalla macchina e affrontare il tipo che si trovava davanti, uscito da poco dalla macchina con ancora il suo inseparabile cappellino. Gli sorrisi offrendogli la mano e mi presentai chiedendo venia per non essere scesa dalla macchina prima, ma il freddo…

«Non preoccuparti» mi rispose lui, sorridendomi.

Appena arrivati al pub, s’intravedeva uno schermo gigante, ma noi preferimmo sederci fuori per fumare tranquillamente. Guardai dentro per capire il risultato della partita, chiesi al tipo che finse indifferenza facendo la faccia di chi non gli frega nulla (bugiardoooo) di calcio e poi mi chiese chi di noi aveva assistito a uno spettacolo quel pomeriggio. Mi sembrò una domanda superflua perché se era grande amico di M. sapeva che l’altra ragazza era la sorella e che quindi l’amica da prendere a teatro ero io. Risposi dicendo che io non ero andata a vedere nessun tipo di spettacolo, ero lì per lavoro.

Per tutta la sera non fece altro che parlare, Dio quanto parlava, più della mia amica, e mi riempiva di domande. Quando seppe che avevo pubblicato un libro mi chiese: «Quanti sedicesimi? ».

Sedicesimi? Io so le battute, so le cartelle, ma i sedicesimi cosa diamine sono???

Venne fuori che conosceva tanti tizi che anch’io conoscevo, potevo dire pinco palla e lui «Sì, lo conosco» e il problema è che non fingeva, non diceva cazzate come tanti che avevo conosciuto, era sincero, li conosceva e per ognuno poteva raccontarmi un aneddoto. E sorrideva in continuazione. E io a chiedermi ancora cosa fossero i sedicesimi.

A fine serata dovevamo passare a casa della mia amica, la casa in affitto, perché lei era una studentessa fuori sede. Restai giù sola con lui, e dallo stereo della sua macchina si sentiva una vecchia canzone degli 883. Mi chiese se mi piacessero. Risposi che sì, una volta li seguivo, quando ero ragazzina.

«Sono stato a un loro concerto, quando hanno inaugurato il PalaCatania» mi raccontò.

«Sì, nel 1997…»

Il suo sguardo s’illuminò «Vero» mi disse «ma come lo ricordi?»

«Era il mio primo anno di università e in quel periodo mi piaceva collezionare volantini e uno di questi sponsorizzava l’inaugurazione del PalaCatania».

Poi si offrì di accompagnarmi a casa, ma la mia amica non volle, non se ne parlava e quindi il tizio andò via senza avermi chiesto il numero e senza sapere dove abitassi. Ma non si arrese.

 

Quindi, se incontrate mio marito e vi racconta che quel 22 novembre del 2008 è stata la prima volta che mi sono inginocchiata ai suoi piedi, bene, questa è la mia versione… quella reale!

La civi(l)tà

Be’ lo posso dire, è il quartiere di Catania che preferisco, pur non conoscendolo bene, lo adoro!

In primis perché lì senti l’odore del mare, che per alcuni è la puzza del mare, ma de gustibus… Si chiama Civita, e da quel che dice Massi (mio marito) viene chiamata così perché secoli e secoli fa, quando nacque Catania, fu questa la zona dove tutto ebbe inizio: accanto al mare, a contatto con le imbarcazioni che davano lavoro, riempivano lo stomaco e riuscivano a salvare il popolo dalla furia dell’Etna.

A rendere famosi i civitoti (così si chiama la gente di quel quartiere) fu un’opera teatrale di Nino Martoglio,  Civitoti in pretura, dove alcuni popolani stravaganti si ritrovano come testimoni in pretura davanti un giudice e ne combinano di tutti i colori.

Il quartiere, come si evince da queste foto, conserva il fascino di una vecchia città ma si respira anche arte e poesia. Quando la settimana scorsa mi sono ritrovata in queste stradine ho sognato di viverci, magari in una piccola casetta che si affaccia sul mare, col via vai di turisti, studenti, commercianti, con le navi da crociera che ci fanno visita ogni settimana. Ho pensato che, se fossi stata una giovane ricca intellettuale, avrei potuto vivere in questo quartiere e respirare quest’aria.

murales in una delle vie più vecchie
Altro murales nella stessa zona
Murales

Ho un amico che vive lì, vabbè lui non vive in una casetta come tante del luogo, ma nientepopodimeno che in un palazzo, vicino la via Vittorio Emanuele. Scherzando Massi gli ha chiesto di affittarmi una stanzetta tra le tante del palazzo per poter realizzare questo stravagante sogno a metà. Lui ha sorriso e poi mi ha spiegato che, se non sei civitoto, è difficile viverci, se amo la tranquillità e odio i rumori, bene non è vita per me: casino la mattina, il pomeriggio e la notte, vuoi per il traffico o per i turisti, o i ragazzi che escono la sera e riempiono le vie del centro storico. La Civita è arte e movida, storia e cultura.

Questa è la piazza Duca di Genova, chi di voi ha visto La Matassa con Ficarra e Picone se la ricorderà: la scena finale della valigia è stata girata qui.

E questo è un gioiello architettonico, è il palazzo Biscari: meraviglioso. Ho scelto questa foto perché m’ispira serenità, ma il palazzo è grandissimo, all’interno vi è anche l’atelier di Marella Ferrera, vi ho detto tutto o quasi. Infatti, guardate la foto qui sotto:

E ora gustatevi il viedeo dei Coldplay, buona visione:

Diario, parole, pensieri, Televisione

la tv e la noia

La TV è morta!

Ieri l’unica cosa interessante che ho beccato era la replica della semifinale di The Apprentice: la replica!!! Lo avevo visto il giorno prima su Cielo, ed era la cosa più intrigante (per me!!!).

La tv non mi è mai piaciuta tanto, poi ultimamente sembra peggiorata, e parlo io che ho anche Sky cinema, ma non prende: pago ogni mese per non vedere un cavolo, perché l’antenna è sul terrazzo e basta una pioggerellina e vattelappesca tutto lo Sky cinema. E poi mi lamento se mio marito guarda tre volte al giorno Sport Italia.  Oppure se guardo trenta volte Briatore alzare il braccio per cacciare qualcuno che credeva, sino a dieci secondi prima, di essere invincibile.

Adesso c’è X-Factor! Bene, mio marito, ha trovato l’unica cosa che lo possa far dormire tranquillo stanotte: il nuovo colore della chioma di Morgan… meglio andarsi a fare la doccia che domani devo essere fuori alle 7:30.

Notte a tutti.

Articoli, Diario, pensieri, web

Letti separati

Sabato scorso ho visto su Sky un film cult: Scandalo al sole.

No, non vi preoccupate, non voglio parlare di un film che ho visto nelle uniche ore libere di un’intera settimana, il mio obiettivo è un altro, il mio cruccio, il mio dubbio amletico. Mi spiego: a un tratto si mostra una stanza da letto, e con stanza da letto intendo una camera dove dorme una coppia legalmente sposata con due letti separati. Non era la prima volta che vedevo quest’anomalia: perché i vecchi americani dormivano in letti separati? Perché vecchi film e anche cartoni mostrano le camere matrimoniali con due lettini separati com’era la mia camera da bambina (sì, quella della lampadina fantasma!). Perché si dormiva come fratello e sorella?

Ho pensato a tante risposte, da una moda dell’epoca, alla censura hollywoodiana sino a un grottesco perbenismo. Poi mi sono detta, mentre il film continuava e io lo ignoravo, che avevo internet e con uno strumento del genere potevo sapere il perché di quell’usanza.

Non sono stata per niente fortunata, ma nella sfiga mi sono imbattuta in Yahoo Answers e la risposta è una di quelle che ti manda in estasi, ecco il link

Lui alla fine dice che è per tradizione, ma è tutto il resto che non capisco!

Articoli, Diario, pensieri, web

Cortesie per i blogger

Ho sentito parlare spesso delle regole tra i blogger.

Piccole cortesie, direi, buone maniere per vivere bene.

Io ho il blog da poco più di un anno, ho fatto fatica a capire come funzionava, anche perché non mi sono tanto impegnata avendo un matrimonio a cui pensare: preti,  chiese, fiori, abiti, cartacce da presentare al comune… Però, posso dire adesso di aver capito qualcosa in più, soprattutto, sul modo di “vivere” in un blog.

In primis la “visita”. Leggo tanto gli altri, m’interessa vedere che uso fanno del proprio spazio, le immagini che usano, il tipo di scrittura. Ho letto, alcune blogger che lamentano il poco traffico nel proprio spazio. Una lamentela che, in alcuni momenti, diventa una vera e propria accusa contro i lettori che non la considerano! E ho notato all’opposto, blogger molto apprezzati, con tanti commenti, tanti pollici in su, ringraziare i lettori e vederli attivi in altri blog, compreso il mio. Quindi la mia conclusione è: se non sei disposto a leggere, a far visita agli altri, perché pretendere che altri lo facciano con te? Non puoi pretendere che un tuo amico venga sempre a farti compagnia in casa e non considerarlo mai, non fargli visita neanche se ha il raffreddore, lui potrebbe pensare: “Bè, io una casa la posseggo!”

Alle volte mi sento stupida, vago da blog a blog leggendo, alcuni non mi colpiscono per nulla, altri mi piacciono, mi piace quello che hanno scritto o come lo hanno scritto, altri mi fanno scattare un sorriso, quindi, nei giorni in cui non mi va di comunicare con la tastiera e commentare, lascio un apprezzamento leggero, in segno di saluto, la piccola stellina, ma ho paura di sembrare una che vaga per i blog  a mettere stelline solo per farsi notare!

Questo perché? Perché mi capitano due cose assurde: 1) Il Reblog! È un’utile funzione, ti piace tanto un post da ripostarlo nel tuo blog, un po’ come il condividi di FB, ma mi capitano blogger che non fanno altro che ripostare i post altrui senza alcun senso: loro non scrivono, non sembrano avere idee. Appena pubblichi qualcosa loro sono dietro l’angolo a rebloggare tutto, passando da un ode a Mussolini, a una dichiarazione d’amore per Fidel, da una critica serrata a Berlusconi, a un “ridateci Silvio”, possono postare i segreti di una bulimica che ti narra per filo e per segno i segreti per vomitare senza che nessuno se ne accorga, all’appello sull’anoressia! Mi dico che senso ha? 2) Altra cosa che ho notato è il tizio che ti mette un “mi piace”, s’iscrive al tuo blog ma è tutta una tattica: lo ha fatto durante la giornata con altri 1000 blog: il suo scopo e farsi leggere e poi sparire dalla circolazione, non verrà mai più a visitarti! Lui ormai ha i suoi lettori, i suoi 1000 contatti al giorno, quindi non gli frega poi tanto di quello che scrivi. Vuoi mettere le tue cretinate al cospetto di un genio del genere?

Questo è un mio pensiero, magari sbaglio, voi che ne dite?

 

Navigazione articoli

Diario, pensieri

Ritorno con la pioggia

Domenica scorsa sono tornata a Catania.

La mia testa non faceva altro che pensare a tutta quella montagna di biancheria da lavare che durante la settimana mio marito era riuscito a creare…

Mi aveva raggiunto la sera prima per il 18° di mia nipote E., abbiamo passato una serata a vedere diciottenni alla riscossa con Heineken in mano e balletti allegri; ho scattato tante foto alla piccola diciottenne che tre settimane prima del compleanno, senza un vero motivo, aveva deciso di non festeggiare per poi cambiare nuovamente idea e, quando è arrivato il momento delle candeline, si è commossa e ha trattenuto le lacrime solo per non rovinare il trucco (che non le è servito a molto dato che un amico poi le ha fatto lo scherzo della torta in faccia!)

Tornata a Catania il due settembre ho notato l’aria stranamente fresca e appena messo piede a casa ho iniziato a organizzare tutto: letto, suddivisione della biancheria per colore e tessuto, uno sguardo alla polvere. Devo ammettere con un pizzico di orgoglio che ho un marito che, quando è solo, riesce a essere ordinato (oppure paga qualcuno che ordina tutto un giorno prima!).

Poi cena da ‘Gnata e ‘Gnato, che non ha mai fatto un caffè in vita sua ma da quando è andato a convive sembra un vero uomo di casa, gli manca solo un grembiule con tanta di fragola stampata e un mestolo in mano! Abbiamo cenato e guardato la partita del Catania che, fortunatamente per la gola del mio consorte, ha vinto!

Nel frattempo ha iniziato a piovere, nel frattempo, mentre mi trovavo in quella casetta con tanto di piazzale e vista sulla linea ferroviaria  della vecchia Littorina, è arrivato l’autunno!

E l’autunno ha il profumo della terra bagnata e il suono di un piccolo cucciolo meticcio alla vista della sua prima pioggia.

Ma io sentivo un caldo strano e sono stata tutto il tempo fuori a sentire il ticchettio della pioggia e l’odore della terra bagnata. 

Diario

Angela

Capita di aprire dal cassetto dei ricordi storie di quando eri ancora bambina e ti stupisci che, proprio in un momento di relax, mentre sei in macchina direzione mare, affamata di sole e bagni, ti viene in  mente una storia che avevi rimosso per tanto tempo.

Angioletta non c’era più. Mi raccontavano che era una ragazza allegra che credeva nell’amore, come tante ragazze siciliane della fine degli anni ’80. Sorrideva, era gentile. E aveva sogni grandi, forse il piccolo paese le stava stretto.

E quindi la scelta coraggiosa. Andarsene da quel paese dell’entroterra siciliano, dove si viene giudicate per come ci si veste, per una bretella che scivola lasciando scoperta la spalla, per un rossetto acceso. Decide di andare al nord, in una città dove ha dei parenti. Decide di andare a Genova.

Genova è bella e pure calda, Genova sembra libera, Genova ha quell’aria diversa dal piccolo paesino arido e arretrato. Va a Genova a lavorare, va per cambiare vita, e saluta gli amici e i parenti dicendo “vado a trovare l’amore”.

Ma l’amore non troverà Angela, non busserà alla porta del suo nuovo indirizzo.

Una sera Angela esce con degli amici, vanno in discoteca, ballano, si divertono e poi si ritorna a casa. Angela siede dietro. Angela siede tra i suoi amici, stretta stretta. Si è allegri, si ride, si scherza e poi… e poi non c’è più controllo, poi sono pochi secondi e lei viene spinta in avanti. Non ci sono i sedili a difenderla. Lei scivola via, vola. E non c’è più.

Ormai è un ricordo, un ricordo che fa male, e io, bambina, sentivo parlare di questa Angioletta, del suo sorriso, del vestito da sposa indossato per il suo ultimo viaggio. Avevamo parenti in comune con Angela. Non l’ho mai conosciuta. Oppure l’avevo vista tante volte e non ric0rdo il suo volto.

Ma ieri è bastata una distesa d’acqua azzurra che brillava a contatto con i raggi del sole. Alle volte basta poco per far rivivere un sorriso.

Diario

Storie, teorie e complotti

Forse è solo troppa razionalità e scetticismo ma non riesco a pensare a complotti americani, esercitazioni o previsioni dei Maya, mentre c’è gente che adesso non sa cosa gli succederà. Se ci pensate è triste fare teorie su teorie e chiedersi come mai è accaduto, mentre bambini non hanno più un tetto dove ripararsi. Si, confermo, è triste, e vedere Facebook pieno di queste tesi che poi non portano a nulla, non mi fa sorridere ma sentire triste e impotente. Perché abbiamo questa voglia innata di spiegare tutto con complotti e magie? Prima erano un mucchio di divinità greco-romani che s’infuriavano, poi ne restò uno, cristiano, a incavolarsi e a distruggere con malattie, carestie e terremoti. Comparvero le streghe e tante donne finirono sul rogo. E poi tornò a essere la Provvidenza vendicativa e cieca. Adesso ci sono i Maya e questa profezia che è sulla bocca di tutti. E il terremoto in Emilia non  va spiegato con la scienza ma  interpretato come un promo, anteprima cinematografica della fine del mondo in uscita il 21 dicembre.

E se non sono i Maya, sono gli americani.

E Pierino urla: al lupo, al lupo, mentre le lacrime scendono giù.

Dire semplicemente che la Natura è bellissima ma ogni tanto s’incazza è troppo facile?

Diario

Una Stanza Tutta per Me

Anni fa ho letto il saggio della Woolf e ne sono rimasta affascinata.

Per avere una stanza tutta mia ho dovuto aspettare il mondo universitario. I primi due anni avevo una camera doppia, dal terzo ho deciso che spendere un pò di soldini in più per non avere rogne con compagne di stanze e potermi chiudere nel mio mondo era la cosa migliore!

Si, l’ammetto, sono un tantino riservata, gelosa dei miei spazi, strana per qualcuno che ha diviso la camera con sorella e fratellino.

Ma la camera dei miei sogni è arrivata tardi, ormai ero laureata e con i problemi tipici dei disoccupati!!! Era al quarto piano di un palazzo della parte fighetta di Catania, luminosa, con un armadio enorme dove mettere quasi dieci anni della mia vita a Catania, avevo la scrivania con un pc, solo due coinquiline (sinonimo di tranquillità) e tutto il tempo a mia disposizione per scrivere di me e delle mie storie. La mia stanza tutta per me si era materializzata e non volevo altro. Ho avuto tante delusioni, ho conosciuto gente strana, vissuto situazioni al limite del grottesco, ma ogni volta sapevo di potermi rifuggiare nella mia stanza e confidare tutto, cazzeggiare tra me e me, sognare e lavorare al mio futuro.

Articoli

Festeggiamo l’8 marzo: è una necessità o no?

8 marzo: Giornata Internazionale Della Donna

69257e47bdb9d2b04dab01b140506b7b

Io e la festa della Donna

Lo ammetto: non ho mai festeggiato la festa delle donne! Non nella maniera descritta da molti. Per me questa giornata è fatta di ricordi e memoria, di arrivi, vittorie, battaglie vinte e guerre perse.

Non mi ritengo una “femminista”, penso di dover onorare chi in passato ha lottato per Noi: ragazze e donne che, stanche di essere messe da parte da uomini alle volte meno intelligenti di loro (dato che l’intelligenza non è una questione di x e y) hanno sognato un cambiamento. Ripeto non mi ritengo una femminista e ritengo che festini e urla non siano la maniera ideale per passare questa giornata. Chi dice “vado a festeggiare la mia indipendenza” e poi si ritrova in un locale a sbavare per un tizio in mutande, non ha capito nulla della lotta delle donne. Se poi trova come scusa l’8 marzo per passare una serata a far casino in giro, beh! questo è un altro paio di maniche. Ma non riduciamo tutto a questo. Ricordiamo che questa giornata è ricordata per le vittime di un incendio avvenuto in una fabbrica tessile mentre delle donne cercavano di protestare per le loro condizioni lavorative.

5fc9066789ced4e4ab4e567933c5a164

8 marzo: la verità!

Mi sbagliavo! E non perché la festa della donna si è trasformata in mera commercialità, no! Perché per anni sono stata convinta che la festa delle donne è celebrata in questa giornata per ricordare delle operaie che proprio in quel giorno sono morte in una fabbrica.

Non è vero! Ho fatto una ricerca su internet, consultando anche Wikipedia e ho scoperto che tutto è molto più complicato. Non andando indietro nella storia con le varie tappe storiche della lotta femminile da parte di suffragette e femministe di altri tempi, leggo nella biblioteca virtuale queste parole:

«Il lunghissimo sciopero, che vide protagoniste più di 20.000 camiciaie newyorkesi, durato dal 22 novembre 1908 al 15 febbraio 1909, fu considerato, nel Woman’s Day tenuto a New York il successivo 27 febbraio, come una manifestazione che univa le rivendicazioni sindacali a quelle politiche relative al riconoscimento del diritto di voto femminile. Le delegate socialiste americane, forti dell’ormai consolidata affermazione della manifestazione della giornata della donna, decisero pertanto di proporre alla seconda Conferenza internazionale delle donne socialiste, tenutasi nella Folkets Hus (Casa del popolo) di Copenaghen dal 26 al 27 agosto 1910 – due giorni prima dell’apertura dell’VIII Congresso dell’Internazionale socialista – di istituire una comune giornata dedicata alla rivendicazione dei diritti delle donne. … Mentre negli Stati Uniti continuò a tenersi l’ultima domenica di febbraio, in alcuni paesi europei – Germania, Austria, Svizzera e Danimarca – la giornata della donna si tenne per la prima volta il 19 marzo 1911 su scelta del Segretariato internazionale delle donne socialiste.»

Ancora siamo lontani dalla festa della donna celebrata l’8 marzo e dall’incendio nella fabbrica. Possiamo notare come il lavoro delle donne per le donne era attivo e pieno d’importanza. La donna ancora cerca (per parafrasare Virginia Woolf) la stanza tutta per se per plasmare i suoi sogni e le sue sfide.

Andando avanti nella lettura del documento sulla storia della “giornata internazionale della donna” inciampo sul 1917 e la rivoluzione Russa: «Le celebrazioni furono interrotte dalla Prima guerra mondiale in tutti i paesi belligeranti, finché a San Pietroburgo, l’8 marzo 1917 – il 23 febbraio secondo il calendario giuliano allora in vigore in Russia – le donne della capitale guidarono una grande manifestazione che rivendicava la fine della guerra: la fiacca reazione dei cosacchi inviati a reprimere la protesta, incoraggiò successive manifestazioni di protesta che portarono al crollo dello zarismo, ormai completamente screditato e privo anche dell’appoggio delle forze armate, così che l’8 marzo 1917 è rimasto nella storia a indicare l’inizio della “Rivoluzione russa di febbraio”. Per questo motivo, e in modo da fissare un giorno comune a tutti i Paesi, il 14 giugno 1921 la Seconda conferenza internazionale delle donne comuniste, tenuta a Mosca una settimana prima dell’apertura del III congresso dell’Internazionale comunista, fissò l’8 marzo la “Giornata internazionale dell’operaia”».

Allora come nacque la leggenda della donna festeggiata l’8 marzo per ricordare delle donne bruciate in una fabbrica? Scorrendo velocemente nel documento incappo in una storia che, oltre ad avere a che fare con le donne, ha anche a che fare con la storia degli italiani emigrati, i problemi, i disagi, le pene patite per essere stranieri in un mondo straniero.

94d8925e430daf929c6fc352219c96b6

La leggenda della fabbrica Triangle

Non molti sanno quello che accadeva in America ai nostri connazionali, alle volte ai nostri parenti. Quanti soprusi e ingiustizie a queste persone definite “dalla carnagione scura e i modi rozzi, puzzolenti e con delle usanze troppo particolare, troppo religiosi, una religiosità che si confonde col fanatismo” e poi, un’alimentazione, sempre per gli americani, assurda, poco salutare costituita soprattutto da quell’alimento strano, ovvero, l’olio extra vergine d’oliva! Ed è in questo contesto che le operaie di una fabbrica sita a New York, chiamata Triangle, una fabbrica che produceva le camicette alla moda di quel tempo, le cosiddette shirtwaist, lavoravano. «Le condizioni della fabbrica erano quelle tipiche del tempo. Tessuti infiammabili erano immagazzinati per tutta la fabbrica, scarti di tessuto sparsi per il pavimento, gli uomini che lavoravano come tagliatori a volte fumavano, l’illuminazione era fornita da luci a gas aperte e c’erano pochi secchi d’acqua per spegnere gli incendi.» I proprietari per assicurare che nessuno delle operaie (molte delle quali non avevano neppure 14 anni) rubasse o uscisse dalle stanze, chiudevano a chiave. Il 25 marzo del 1911 un incendio partì dall’ottavo piano (la fabbrica occupava gli ultimi tre piani di un palazzo di dieci piani) e le vittime per scappare dalle fiamme, disperate, si lanciarono dalle finestre; i proprietari della fabbrica che al momento dell’incendio si trovavano al decimo piano riuscirono a mettersi in salvo; ma questa non è la parte più sconvolgente della storia, è il processo che mi lascia sconvolta e schifata: “Il processo che seguì li assolse e l’assicurazione pagò loro 445 dollari per ogni operaia morta: il risarcimento alle famiglie fu di 75 dollari.”

6637ebb1cac4d451c691a94bd7b8e20d

Storia e Mito

Quindi storia e mito si confondono creando, alle volte delle incongruenze e delle indecisioni. Leggo, infatti e purtroppo, che quello di New York non è l’unico caso, anche se la maggior parte degli storici ritengono che l’incendio di cui erroneamente si collega all’otto marzo sia quello di Triangle, alcuni hanno perplessità su altri avvenimenti analoghi.

Dopo la fine della II guerra mondiale, e precisamente dal 8 marzo del 1946, la giornata è festeggiata in tutta Italia e, dato che proprio in questi giorni fiorisce proprio un fiore, un fiore senza petali, ma da un profumo inconfondibile, la mimosa, si pensò di farne il simbolo della giornata.

Oggi mito, storia, mass media, creazioni commerciali e manifestazioni si fondono in un’unica giornata; ma molte delle cose fatte in questo giorno mi creano perplessità. Quindi per un attimo, in questa giornata, pensiamo a chi ci ha permesso di festeggiare e avere come dono una mimosa simbolo della nostra femminilità in qualsiasi modo noi la esprimiamo.

Ti è piaciuto l’articolo? leggi anche quello scritto per enrika977_1484324889_280dedicato alla Giornata internazionale della Donna

Allo Specchio con Mara di Maura

Vorrei iniziare parlandovi di un’amica. E non parlo di lei perché è una persona che conosco (lei neppure sa di quest’articolo). Ne parlo perché tempo fa sono andata a vedere uno spettacolo scritto, diretto e interpretato da Lei e qualcosa mi è rimasto dentro. Ed è sicuro che, se qualcosa nel mondo dell’arte (sia che si parla di teatro, pittura, scultura, musica o letteratura) ti entra dentro, allora è Vera Arte.

Lo spettacolo s’intitolava “Allo specchio” la persona di cui vi sto parlando è Mara Di Maura.

Non vorrei stare qui a dire di quanto sia brava, di quando lei abbia iniziato e perché, elencarvi tutti i lavori svolti, farvi notare anche del suo cameo nella scena finale de La Matassa (si proprio quella con Ficarra e Picone!). Molti l’hanno fatto, me compresa quando l’ho conosciuta anni fa per un’intervista; quindi non mi va di ripetermi ed essere ridondante, e poi, nessun artista merita il ripetersi incessante delle proprie fatiche. Quello che mi preme comunicarVi è che nello spettacolo “Allo specchio” Mara centra un punto fondamentale nella passione dell’arte: qualunque sia il sogno, qualunque sacrificio e “perdita di tempo” comporta, qualsiasi cosa ti è stato detto per scoraggiarti e spezzare le tue ali, devi avere coraggio e andare avanti poiché se quello che fai ti rende felice, ricordati che se rinuncerai a lei vivrai nel grigio, nel rimpianto e nei ricordi.

Se noi pensiamo che qualcosa ci abbia reso felice, e se abbiamo la possibilità di rifarla, la dobbiamo fare, qualsiasi sia il sacrificio che andiamo ad affrontare, poiché se saremo infelici, infelici renderemo coloro che ci vivono accanto.

Nello spettacolo che ho visto più di un mese fa a Catania, dal titolo Allo specchio, una tipa della mia età da un nome strano, Samantha (???) entrava in un ufficio postale per una raccomandata e si trovava davanti una signora bislacca che sembra volere demoralizzare la scelta che sta per compiere la mia omonima. Questa Samantha, convinta da sua madre, sta per spedire una domanda per entrare a far parte della grande famiglia degli impiegati postali, mentre il suo sogno è quello di diventare un’affermata attrice; l’impiegata quarantenne, con modi poco ortodossi, cerca di dissuaderla facendole capire il grosso errore che sta per commettere, sino a porgerle uno specchio per far vedere alla giovane attrice il riflesso di ciò che diventerà se lascerà i suoi sogni per un posto fisso. Si trasformerà in una quarantenne bislacca che rimpiange il passato e che è precaria; si trasformerà nell’impiegata che ha di fronte che le sussurra “ci hanno fregato!”

Già! Fregate perché avevano lasciato un mondo di sogni ma “precario” per un’esistenza grigia e precaria. Fregate perché rinunciando ai propri sogni si erano trasformate, spersonalizzate, omologate a tante. Fregate perché avevano lasciato mille provini, dove avevano cercato di essere come chi stava a giudicare voleva che loro fossero, per un mondo che cerca di farti diventare quello che per lui è giusto e non ciò che tu sei.

Spalleggiata da una splendida Francesca Barresi, emblema del teatro amatoriale catanese sinonimo di “amore del teatro” e no, come qualcuno si ostina a pensare, sinonimo di dilettante allo sbaraglio, Mara ci entra dentro e mi ha fatto rivivere il periodo in cui molta gente mi diceva di fare l’insegnante, di sbrigarmi, che molti si erano già “sistemati” invece di cercare di seguire, faticosamente, i miei sogni: scrivere!

Quella raccomandata è stata inviata, è arrivata a Torino, ma io non sono mai partita perché impegnata nella promozione del mio libro (che certo non mi ha fatto diventare ricca, ma ha comportato una grossa soddisfazione). Così anche la Samantha che mi stava davanti manda i ben pensanti a farsi benedire urlando candidamente: “Sono un’attrice”.

I sogni non devono stare dentro un cassetto a prendere polvere perché tanti ti dicono che un “posto fisso” è molto meglio; se il posto fisso ci fa spersonalizzare e illuderci di un mondo con meno pensieri, i sogni ci fanno fibrillare, e ci rendono liberi di essere ciò che vogliamo.

 Sperando di vedere “Allo specchio” diventare un grande successo…

                                             (La locandina de Allo Specchio)

Pago e Pubblico

Sono stanca di vedere gente scoprire per caso, passando in ufficio, che scrivo, sfogliare il mio libro e chiedere “ma quanto ti è costato?”

Perché? Ho per caso la faccia di una che paga per avere pubblicato un libro? A che pro? Non sono il tipo che va in giro dicendo “Ciao sono Samanta e ho scritto un libro”.

Mi spiego: penso che l’editoria a pagamento sia adatta al tal dei tali spocchioso che non sogna di fare lo scrittore, ma vuole solamente pubblicare questo libro per pochi intimi, per poter regalare qualche altra copia a qualcuno quando si trova nel suo studio, tirare fuori, da un cassetto magico, questo volumetto (più delle volte con un lavoro di editing pari a zero) dicendo “questo e per lei, glielo regalo, lo legga, mi raccomando”.

Ecco, questo è per me il senso dell’editoria a pagamento, o “dell’autopubblicazione”.

Per chi invece crede nelle proprie potenzialità e il suo sogno è quello di incontrare un estraneo che gli dice: “Sai ho letto il tuo libro, complimenti!”, la strada è diversa, più costosa dal punto di vista di lavoro e fatica, più scoscesa. Chi sogna di diventare scrittore non scrive per prendere il proprio libro dal cassetto magico del proprio studio con un falso d’autore sulla parete e una scrivania in radica di noce davanti i nostri occhi.

Ho sempre evitato le case editrici a pagamento. Novellina ho chiesto sempre se c’erano dei costi per chi scrive, non mi sono affidata a lustri e apparenze; non ho pensato “l’importante che mi pubblicano” perché per me era importante sapere che, chi mi pubblicava, avesse stima non tanto di me, ma di ciò che stava per pubblicare, per il mio lavoro.

Il mio lavoro è stato più importante del dire “ho pubblicato”, poiché per me pagare è la strada più inconsueta per diventare uno scrittore.

Se si va in un negozio e ti piace un abito paghi e non sei uno stilista; se vai al supermercato e fai la spesa, paghi, e non sei un cuoco; se ti rechi in una casa editrice è perché vorresti diventare uno scrittore e vuoi sapere se ci sono delle probabilità e se hai delle capacità. Se ti dicono di pagare, non importa se loro credono in te e nel tuo lavoro, stai pagando, stai dando dei soldi, questo è l’importante! Un muratore non paga per costruirti una casa; uno scrittore non paga per scrivere un libro!

Attenzione! Non è una questione di soldi, io non scrivo per speculare (sarei già diventata ricca!). Ma tra pubblicare e pagare e pubblicare e non guadagnarci un centesimo, preferisco la seconda opzione, poiché nel mio curriculum vitae scrivere “ho pagato per pubblicare” non fa eco; sapere di avere un libro pubblicato (anche se non ho guadagnato niente) mi gratifica molto di più!